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Martedì, 13 Gennaio 2015 11:12

Nessuno tocchi la strega!

Un lungo racconto che parte dalle pietre per concludersi nelle carceri novaresi.
Vi racconteremo i dettagli della presenza delle streghe tra il Lago Maggiore e l'Ossola.

Relatori:

Filippo Spadoni ( Coppelle e scivoli sacri )
Francesco Teruggi ( Riti di vita dagli scivoli alle streghe)
Barbara Piana ( la presenza delle streghe in Vallestrona )
Fabio Casalini ( le streghe di Baceno e Croveo: cronologia di una strage )
Francesco Teruggi ( Proprio in Valle Antigorio? i motivi per cui il fenomeno si è diffuso in quella valle )
Fabio Casalini ( La violenta reazione della chiesa tra roghi e carceri )

 

 

 

Martedì, 13 Gennaio 2015 10:13

Riti di vita dagli scivoli alle streghe

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Chi ci dice che davvero sui cosiddetti “scivoli” ci si andasse a scivolare? Qualcuno, da schegge di selce, punte di frecce e attrezzi per lo più “litici”, rinvenuti ai piedi o nelle vicinanze di uno “scivolo”, ha dedotto giustamente che l'uomo li frequenta da sempre. Il luogo e la posizione in cui di solito si trovano incute rispetto e suggerisce immancabilmente un qualche uso religioso. Infine le tradizioni, vecchie per altro solo di una manciata di generazioni, secondo cui le donne si sfregavano su un certo sasso sperando di restare incinte, ha fatto il resto. E se invece lo scivolamento non fosse altro che la conseguenza più “moderna” di un uso antico che non sappiamo più riconoscere?

01 scivolo

 

La varietà e quantità di credenze legate alla roccia in effetti ci racconta qualcosa di diverso, restituendoci l'immagine lontana di una sacralità non banale. Sulle pietre ci si distendeva, ci si strusciava, bisognava toccarle oppure appoggiarci una certa parte del corpo, le mani, la schiena, ci si costruiva sopra e le si inglobava negli edifici sacri, si facevano a pezzetti per portarle a casa come souvenir.

Tutti questi usi però, sono accomunati da un fatto ben preciso: la necessità del contatto con la pietra. Non è guardandola o aspettando a distanza, che qualcosa può succedere, è solo toccandola, appoggiandosi, mettendo in relazione il corpo con la roccia: devono diventare una stessa cosa affinché “qualcosa” si sprigioni.

 

02 SantaVarena

 

Quanto agli abusati e pretestuosi “riti di fertilità” che vi si svolgevano... ci sono culture e tradizioni di matrice antichissima che sono vive ancora oggi alle quali rivolgerci per comprendere...

Dovremmo ricominciare a capire che che le scene “erotiche” in bella vista sui muri di molti templi indù, non hanno nulla di sensuale. Anzi, non sono neanche quel poco che i nostri occhi pensano di vedere. Non di uomini e di donne si tratta, bensì di divinità, Shiva e Shakti, i quali altro non sono che le forze polarizzate della natura, attrattiva e repulsiva, ascendente e discendente, compressiva ed espansiva. Le cosiddette “posizioni” non sono, altrettanto, un atto “sessuale” ma la rappresentazione su un piano meramente umano del muoversi, dipanarsi e avvicendarsi ritmico e armonico di queste forze e di tutte le loro possibili interazioni dinamiche. Sono immagini dell'esistente che si crea e si mantiene. Non rappresentano movenze fisiche ma moti spirituali, flussi di energia di cui il legame fisico tra uomo e donna non è che un pallido riflesso.

 

03 shivashakti

 

Come le immagini di “erotismo” sacro, così ogni altra forma banalmente ricondotta a non ben definiti “rituale di fertilità” era dunque un “rito di vita”, un rituale di esistenza, un insieme di gesti attraverso i quali la vita viene invocata, adorata, mantenuta, migliorata, chiamata a manifestarsi. La cura, l'effetto taumaturgico è perciò ben altro da una semplice cura, è la vita che torna a scorrere dove non scorreva più, che scivola meglio dove prima c'erano intoppi.

 

04 pietreguar

 

La terra, che sostenta l'uomo e ogni altra creatura, culla e ventre che partorisce l'esistenza è l'ente unico a cui rivolgersi. Le sue manifestazioni visibili, in cui la vitalità adatta all'uomo può esprimersi, sono certe pietre, alcune sorgenti, macchie d'alberi, grotte in cui il cielo può specchiarsi, scendere, intessendo quel rapporto con la sua “sposa” che, appunto, è causa e motore della vita. L'abbiamo sempre saputo. Perfino i santuari “moderni” li abbiamo costruiti sulla roccia, definendoli “fonti di vita”. Sono i santuari stessi ad essere sorgenti di vitalità o le pietre su cui sorgono?

 

05 Gelata

 

I ricordi più vividi si sono probabilmente conservati soprattutto nelle valli, specie quelle meno frequentate e negli alpeggi, dove la modernità portata dal cristianesimo tardò maggiormente a insediarsi. Sarebbe troppo facile sostenere che esisteva una vera e propria religione primitiva ancora praticata quando l'Inquisizione cominciò a interessarsi alle cosiddette streghe. Ma è indubbio che la tradizione popolare e i racconti estorti alle presunte malefiche sono intrisi proprio di ricordi di quell'antica gnosi che aveva prodotto millenni prima i massi coppellati e gli “scivoli”. Con le persecuzione alle streghe, probabilmente, scomparvero dal sapere popolare gli ultimi scintillii di quel rapporto filiale con la natura.

 14 shamanic

Forse non erano più conoscenza delle leggi e dei meccanismi e le loro pratiche erano basate sulla perfetta ripetizione “shamanica” di precisi gesti, formule, movimenti tramandati da un lontano passato. Di certo, però le streghe erano temutissime. Miti, leggende e racconti di paese sono un continuo avvertimento a non sfidarne il grande potere. La strega, partecipando al sabbah, era la custode dei segreti della vitalità di tutte le cose (“fertilità”) e per questo poteva compiere anche l'opposto: togliere, rimuovere la vita, risucchiarla via. Del resto per fare il male bisogna seguire le stesse regole del bene. Alla fama sinistra di queste donne contribuirono senz'altro anche la fervida fantasia degli inquisitori, subdoli interessi politici e religiosi, i fanatismi e il carattere grottesco e violento dei racconti estorti sotto minaccia e sotto tortura.

06 streghagoya

Si potrebbe però azzardare che quelle storie popolate di mostri, di pratiche truculente e formule incomprensibili, funzionassero anche come una sorta di linguaggio simbolico. Unte e a cavalcioni della scopa le streghe si radunavano per danze e feste sfrenate di cui si narravano i dettagli più terribili, ma per lo più erano donne del paese, abitanti della porta accanto, assolutamente presenti nella vita sociale. La paura delle loro ritorsioni poteva dunque essere più una forma di rispetto per le loro “qualità”, piuttosto che vero terrore? E le pozioni, gli unguenti, i preparati, i voli e le cavalcate nella notte, le danze orgiastiche non potrebbero essere state, allo stesso modo, il mezzo linguistico, simbolico in cui nascondere efficacemente le conoscenze ancestrali sopravvissute al tempo?

 

07 cavesabba

 

 

Nulla è mai veramente nascosto o rivelato solo a qualche “illuminato”. Ma la verità, a volte, poiché le trascende, non può essere espressa con categorie umane e richiede una preparazione e una responsabilità da coltivare nel tempo, per essere afferrata. Così, facendo ognuno la proprio parte nel cosmo, la stria e il suo sposo, uniti nella follia sabbatica, rappresentavano e richiamavano la danza stessa della creazione. La strega, sotto di sé, ha la pietra, la terra stessa di cui è espressione, come un arco convesso verso l'alto, verso il suo corrispondente complementare. Lo stregone, porta su di sé il segno stesso del cielo suo nume, un arco opposto, convesso verso il basso, la sua compagna. La “scopa” infine è l'asse, il percorso, il legame, la direzione, l'unione.

 

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Non sono forse gli stessi simboli che già l'uomo rappresentava nelle grotte e nelle balme al tempo degli scivoli e dei massi coppellati?

Certo, era sempre la strega a raggiungere il suo sposo. E solo se prima si era messa a contatto della pietra o “croce”. La terra è la strada per salire al cielo. La scopa “spazza” la terra, simbolicamente il mezzo che ne risveglia la vitalità, rappresenta efficacemente questa tensione che parte dal basso.

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Perciò già nella terra, nella roccia stava quello stesso “demone” con cui le masche volavano a danzare. Ma l'unico che era uscito da una roccia per portare la vita eterna era stato il Gesù cristiano. Quel demone con il cielo sulla testa, l'antico Cernunno dai mille nomi doveva essere di sicuro un usurpatore... era il diavolo sotto mentite spoglie!

 

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Qualcuno, già nel '500 aveva già sollevati dubbi circa la realtà diabolica del fenomeno stregonico. Un eroico frate osservante minore monferrino, Samuele De Cassinis (Questio lamiarum, 1505), al tempo rinomato filosofo, si era spinto a sostenere che la "perfetta costruzione del mondo delle streghe” era un'invenzione “alla cui realizzazione massimamente contribuirono inquisitori e teologi domenicani". Le streghe infatti, secondo lui, non potevano essere dotate di certi poteri in quanto era inconcepibile che dio permettesse il dispiegarsi di fenomeni prodigiosi per scopi non benefici.

In diatribe teologiche di tale portata si era trovato anche il filosofo umanista mantovano Peretto Mantovano (Pietro Pomponazzi) che, già tacciato di eresia per le sue posizioni sulla possibilità di una dimostrazione razionale dell'anima, sosteneva l'origine allucinogena, causata da sostanze, delle millantate attività stregonesche e non l'intervento del diavolo, non dotato di simili capacità (De naturalium effectuum causis sive de incantationibus, 1556).

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Eppure, ne erano così certi gli inquisitori novaresi che a inizio '600, a Baceno, trascinavano le streghe appena catturate nella chiesa di San Gaudenzio e le spintonavano fino a farle crollare davanti “Peccato originale” del Bugnate, sotto lo sguardo terribile del mostro dell'apocalisse, ai piedi della croce della Redenzione. Era l'unica occasione offerta alle streghe per confessare spontaneamente, prima di essere tradotte in prigione e morire di stenti o finire sotto tortura.

Osservavano Eva e Adamo, dalle nudità scalpellate che erano così diventate vesti. La prima donna, con sguardo ipnotico porge il “frutto proibito” all'uomo, ritratto mentre si tira indietro, in un gesto di stizza, di rifiuto, ma non di paura, di disinteresse. Il serpente avvinghiato all'albero intanto si accosta alla donna come per sussurrarle qualcosa all'orecchio. Ma il serpente ha solo il corpo del rettile. La testa è la testa stessa, non soltanto il viso, di Eva!

 

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Quale altro volto poteva avere il “male” se non proprio quello della donna, per un inquisitore? Il diavolo ha le fattezze di una donna, è la donna stessa. O almeno questa era le verità che i persecutori volevano far vedere e toccare con mano alle streghe.

Le adepte del “diavolo” rimanevano impassibili, in silenzio, tranquille, quasi confortate da quella visione. Con la coda dell'occhio spiavano la nuova veste di Eva, grande e sformata fino a coprire la mano destra e ciò che essa portava in grembo. Forse era un cesta piena di mele rosse e bianche, come quella che sta porgendo ad Adamo.

 

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Non era una donna, era la Terra stessa il cui grembo era gravido di doni. Un'altra occhiata fugace svelava loro che anche gli occhi della serpe erano stati accuratamente rimossi, nonostante Eva neppure li degnasse.

Sono gli occhi chiusi di chi pensa di poter comandare la terra, ma così facendo, pur costringendola ad elargire i suoi frutti, si vedrà rifiutato il cielo, gli occhi di chi, condannandola con le parole e semplicemente opponendo un rifiuto, ha già perso.

 

 

 


BIBLIOGRAFIA

Pietro Pomponazzi, De naturalium effectuum causis sive de incantationibus, Pietro Perna, Basilea, 1556

Margaret Murray, Il culto delle streghe in Europa occidentale, 1921

Margaret Murray, Il dio delle streghe, 1933

Robert Graves, La Dea bianca, Adelphi, 1992

Carlo Ginzburg, Benandanti. Ricerche sulla stregoneria e sui culti agrari tra Cinquecento e Seicento, Einaudi, 1966

Carlo Ginzburg, Storia notturna. Una decifrazione del sabba, Einaudi, 1989

Massimo Centini, Le streghe in Piemonte, Priuli&Verruca, 2010

Giambattista Beccaria, Le streghe di Baceno (1609-1611). Le ultime sacerdotesse di una religione pagana sopravvissuta sui monti d'Antigorio, in Aa. Vv., Domina et Madonna, Gam Mergozzo, 1997

Dinora Corsi, Diaboliche, maledette e disperate: le donne nei processi per stregoneria (sec XIV-XVI), Firenze, 2013

Brian P. Levack, La caccia alle streghe in Europa, Laterza, 2010

Fabio Copiatti con Alberto De Giuli e Ausilio Priuli, Incisioni rupestri e megalitismo nel Verbano Cusio Ossola, Domodossola, 2003

 

 


 

Domenica, 28 Dicembre 2014 15:16

La prima opera d'arte ha 500.000 anni

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Un'incisione ritrovata in Indonesia proverebbe che Homo erectus aveva capacità cognitive molto più complesse di quanto si è ritenuto finora.

Una serie di linee incise a zig-zag su una conchiglia potrebbe rivoluzionare le nostre conoscenze su quelle che consideriamo le caratteristiche esclusive degli esseri umani moderni, come la capacità di pensiero simbolico e la creatività.

Fino a ieri, la più antica testimonianza conosciuta di attività "artistica" da parte dell'uomo preistorico era rappresentata dai reperti ritrovati nella grotta di Blombos, in Sudafrica, e risalenti a 70-100 mila anni fa: incisioni e manufatti che si pensava segnalassero le prime tracce di pensiero simbolico e capacità di astrazione da parte di Homo sapiens.

Ma il nuovo ritrovamento anticipa a un'epoca (e a una specie) molto più antica questo comportamento. Analizzando l'incisione presente sulla conchiglia di un mollusco bivalve portato alla luce in un sito archeologico indonesiano, un'équipe di scienziati ha proposto una datazione risalente ad almeno 430 mila anni fa. A incidere il guscio quindi non può essere stato un Homo sapiens come noi, ma il nostro antenato Homo erectus, finora ritenuto del tutto privo di questi talenti.

"L'origine di queste capacità cognitive, di queste abilità", dice Josephine Joordens, archeologa dell'Università di Leida e coautrice dello studio pubblicato su Nature, "va situata molto più indietro nel tempo di quanto pensassimo".

Il segreto della conchiglia

La conchiglia incisa era stata ritrovata in un deposito di fossili portato alla luce già nel 1891, in cui il paleoantropologo olandese Eugène Dubois scoprì i primi esemplari della specie da lui chiamata Pithecanthropus erectus e poi ribattezzata Homo erectus, il primo ominide a lasciare l'Africa e "padre fondatore" della linea evolutiva che comprende anche H. sapiens, e quindi tutti noi.

Dubois però non descrisse l'incisione sulla conchiglia: sono stati Joordens e Steven Munro, antropologo al National Museum of Australia, a notarla, sette anni fa. Da allora, assieme alla loro équipe, oggi formata da 21 ricercatori, l'hanno studiata meticolosamente fino a raggiungere una conclusione sulla sua datazione: tra 430 mila e 540 mila anni fa. Gli studiosi hanno anche escluso spiegazioni alternative: l'incisione, così come i buchi presenti su altre conchiglie, furono realizzate da Homo erectus con l'aiuto di utensili.

Cambia la storia dell'evoluzione umana?

Secondo Anne Brooks, paleoantropologa della Smithsonian Institution, lo studio ha profonde implicazioni per la comprensione dell'evoluzione dell'uomo. Finora la comunità scientifica era pressoché unanime nel ritenere che gli esseri umani moderni fossero comparsi tra 100 e 200 mila anni fa, grazie a una "accelerazione evolutiva" relativamente breve. Nei millenni successivi comparvero i primi dipinti murali e le prime sculture, frutti maturi di quelle capacità cognitive considerate esclusive della nostra specie, non a caso battezzata sapiens.

Alcune scoperte hanno dimostrato che anche i Neandertaliani possedevano una ricca cultura simbolica: ad esempio, usavano artigli d'aquila come gioielli e realizzavano incisioni nella roccia. Ma questo comportamento sarebbe emerso relativamente di recente (gli artigli risalgono a 40 mila anni fa); e comunque le differenze evolutive tra Homo neanderthalensis e Homo sapiens sono molto meno profonde rispetto a quelle che ci dividono da Homo erectus.

Insomma, scoprire che H. erectus era capace di realizzare incisioni artistiche rimetterebbe tutto in discussione. "Quello che consideriamo il comportamento umano moderno non emerse di colpo, come una scintilla", dice Joordens. "A quanto pare, qualcosa di simile esisteva già molto tempo prima".

Nell'articolo per Nature, però, Joordens e colleghi usano un linguaggio cauto, evitando di usare termini come arte, ragionamento simbolico, modernità. Non possiamo sapere, precisa la studiosa, quali fossero le intenzioni dell'incisore. Ma aggiunge: se la conchiglia fosse stata trovata tra fossili di Homo sapiens risalenti a 100 mila anni fa, "parleremmo quasi sicuramente di arte simbolica primitiva".

"C'è abbastanza per ricominciare a porsi una domanda molto spinosa", dice Pat Shipman, paleoantropologa della Pennsylvania State University: "che cosa si intende, in realtà, per 'comportamento umano moderno'?". E Joordens insiste: l'idea stessa che le capacità cognitive di Homo sapiens siano esclusive della specie "va riconsiderata".

Tutto fa pensare che il dibattito andrà avanti per anni. Nel frattempo, Joordens e colleghi intendono studiare altri pezzi della collezione e tornare sul sito dello scavo: "Di sicuro non abbiamo ancora trovato tutto".


Fonte: National Geographic

Lunedì, 22 Dicembre 2014 20:03

La pietra vive - appunti per una conferenza

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La roccia è viva.

La materia, come ci spiega anche la fisica quantistica, non è che energia che possiede una certa velocità. Nell'infinitamente piccolo, infatti, se riuscissimo a penetrare anche la più piccola particella che costituisce l'esistente, al suo interno non troveremmo che flussi di energia, "stringhe" vibranti che creano e mantengono la vita. 

Solo la diversa velocità relativa, in fin dei conti, fa apparire più o meno solida ogni cosa che ci circonda.

La roccia, dunque, è  movimento, in costante vibrazione, è viva, anche se siamo incapaci di percepirla.

Boca, Oropa... tantissimi sono i luoghi sacri costruiti intorno a pietre "di vita". La Gurva, Madonna del Piaggio di Villadossola, la parrocchiale di Crevoladossola ecc. sono sempre costruite “in saxum”, presso un masso. Dove ancora questi luoghi si sono conservati intatti, vediamo che c'era sempre un'immagine, quella della Vergine... della madre... che “ereditava” i poteri della roccia.

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La terra è fatta di rocce...

Le streghe di Baceno erano evidentemente le ultime eredi di una tradizione ancestrale, di un certo modo di vedere l'esistente e di relazionarsi con esso. La pietra era il fulcro delle loro credenze. Si trovavano nella casa di una di loro o presso una roccia ancora visibile ai Piani della Rossa, sopra il Devero, ai piedi della montagna-dio Cervandone. È un sasso lungo e basso. Ci si mettevano nude schiena contro schiena e si cospargevano di un certo unguento scuro. Non sappiamo con certezza di quale sostanza si trattasse. Pare contenesse “aconito” e “belladonna”. Senza dubbio doveva essere simile a certi unguenti dalle proprietà allucinogene che ancora oggi si usano in Africa orientale e non solo, vere droghe che vengono assorbite attraverso la pelle.

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In fondo a quella specie di tavola c'era poi un'altra roccia con un taglio in mezzo. Il “diavolo” usciva da lì. Dove c'é il Lago delle Streghe, poi, c'é un masso piatto con un scanalatura che fa da sorgente. Era un altare. Ci sono due date e due corrispondenti croci. Sono esorcismi ripetuti perché una volta sola evidentemente non era bastata.

 

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A Monte Oliveto Maggiore c'è un famoso ciclo di dipinti delle vita di San Benedetto, realizzati dal Signoretti e dal Sodoma (fine 1400 - inizio 1500). Il numero 23, sul lato ovest è intitolato “Come Benedetto caccia lo nimico di sopra alla pietra”. Qui si vede bene il “demone” aggrappato alla pietra che, per questo, non può essere smossa. Il “demone” che "abita" la roccia non inveisce contro i monaci, ha più l'atteggiamento di chi vuol solo essere lasciato in pace.

Come benedetto caccia lo nimico di sopra alla pietra

 

L'Islam, soprattutto quello asiatico/yemenita, racconta che Allah non fece solo l'uomo ma anche altre razze di esseri invisibili dotati di grandi poteri. Li chiamavano Djinn, da cui genio. Pur invisibili, a volte aiutavano l'uomo, altre volte si prendevano gioco dei malcapitati. La tradizione mesopotamica sostiene che si potessero catturare attraverso speciali “trappole”, tazze, ciotole con disegni intricati sul fondo e poi farli uscire al momento opportuno, mercanteggiando favori in cambio della libertà.

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La fiaba di Aladino e del "Genio della lampada" non è che la trasposizione romantica e sottilmente esoterica di quelle leggende.

I Djinn vivono nella roccia. In Giordania la vallata che porta all'ingresso nascosto della meravigliosa città di Petra passa proprio in mezzo a formazioni naturali e artificiali, che vengono chiamate “Dadi dei Djinn”. Pare fossero i guardiani posti a difesa della città rossa. Guai ad entrare senza aver prima chiesto il loro permesso! Ci sono anche a Gerusalemme, nella valle del Cedron, ai piedi della città santa...

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La Bibbia, altrettanto, racconta continuamente che la pietra è viva e in quanto tale è fonte di vita, basti pensare a Mosè in mezzo al deserto, nell'episodio in cui, per dissetare il popolo di Israele in fuga, percuote una roccia e da essa, non da dietro o da sotto, ma dalla roccia stessa scaturisce acqua.

L'idea della roccia che vive è un archetipo diffuso in tutti i tempi e luoghi.

Gli aborigeni australiani da sempre raccontano che gli dei, svegliati dal sole, dopo aver percorso la terra e aver creato cantando ogni cosa, tornarono a dormire. Alcuni scesero nelle profondità rocciose della terra, altri si addormentarono dove si trovavano, trasformandosi in pietra. Così ancora oggi venerano Uluru, le Olgas e molte formazioni rocciose australiane in quanto dei, in attesa che si risveglino.

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Ci sono rocce per il mal di schiena, per “volare” per tenere fuori gli invasori ecc. Insomma ogni roccia ha il suo scopo, la sua utilità. Ma non tutta la roccia. Sono sempre certi punti della roccia a regalare una certa possibilità. C'é sempre un punto “preferito”, adatto a ciascuna necessità.

Tutto è fatto della stessa energia, solo a velocità diverse. L'uomo è come la roccia e la roccia come l'uomo. Perciò, come l'uomo ha il cuore in un certo punto e il naso in un altro, anche la roccia ha le sue caratteristiche risonanti.

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È la roccia, la pietra stessa che “dona” qualcosa. Non ha bisogno di segni per agire. Ciò che viene lasciato sulle rocce, inciso o dipinto, è dunque generalmente di uso “pratico”. Le coppelle sono senza dubbio recipienti. Se il dono della roccia deve essere assimilato come liquido, posso appoggiare nel punto giusto un contenitore. Oppure posso ricavare un contenitore in quel punto preciso, se osservo le stesse norme, gli stessi principi che la natura ha rispettato creando quella medesima pietra.

Certo, non tutte le rocce rappresentano una possibilità. Soltanto alcune venivano scelte. A volte si trovavano in zone impervie, mentre quelle più accessibili venivano scartate. Anche il luogo, la collocazione determina la qualità di ogni roccia...

Così, la vita della pietra, che è la vita stessa della terra, usata nel giusto modo, contribuisce alla vita di chi ne fa uso.

 

 


BIBLIOGRAFIA

Giambattista Beccaria, Le streghe di Baceno, in Domina et Madonna, 1997

Demetrio Iero e Adriana Pesante, Il sapere in esilio, 2000

Alberto De Giuli e Ausilio Priuli, Sentieri Antichi, 1997

Maria Gimbutas, Il linguaggio della Dea, 2008

Robert Graves, La dea bianca, 1992

Isaac Asimov, Il libro della fisica, 1984

Massimo Centini, Segni - Parole – Magia, ed. Mediterranee, 1997

Umar Sulaymān Ashqar, The World of the Jinn and Devils, Islamic Books, 1998

Irving Karchmar, Master Of The Jinn: A Sufi Novel, Bay Street Press, 2004

 


 

Martedì, 09 Dicembre 2014 13:19

Di pietra, di acqua e di fuoco

Vi porteremo all'interno di luoghi dimenticati dal tempo e dagli uomini.

Si alterneranno nei racconti Filippo Tarab, Francesco Teruggi, Teruggi Pietro Giuseppe, Barbara Piana, Simone De Bernardin e Fabio Viaggiatore Casalini

COSSOGNO (VB) - 13 dicembre 2014 - ore 21:00 - Acquamondo

 

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Mentre i lavori fervono, però, sono costretti a partire per combattere a Novara, a Carpignano, a Vercelli, al passo di Paglino, alla Rocca di Angera. La guerra termina soltanto nel 1617: il Duca sabaudo ha preso il Monferrato. I miliziani tornano ai loro paesi e rimettono mano alla Gurva e alla Madonna della Neve, ora anche in segno di ringraziamento alla Madre della valle, che ne ha guidate le gesta.

Nel 1622 l'oratorio della Madonna della Neve di Bannio è pronto. Ma la peste manzoniana è alle porte. Non resta che affidarsi alla Vergine e far voto di difendere in Suo nome sé stessi e gli abitanti di Anzino e di Bannio, come già gli antichi legionari romani avevano fatto molti secoli prima, presidiando le viscere dell'abitato ricolme di oro. Quel 5 di Agosto viene proclamato festa perpetua della Milizia1.

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La Gurva vede invece il suo compimento e la sua inaugurazione solo dopo che la peste è un ricordo, nel 1641. Tutti i reduci anzaschini della campagna 1614-1617 vengono invitati, in quel 15 di Agosto, giorno dell'Assunta, alla solenne consacrazione della nuova chiesa che, per molti anni sarà il fulcro delle milizie della valle.

Quando nel 1701 l'invasore ispanico, nella persona di Carlo I muore e si scatena la Guerra di Successione, forse per un attimo i legionari dell'Anzasca vendono il termine del loro impegno militare. Ma la cessione del ducato agli Asburgo infrange le loro speranze. Trent'anni dopo si ritroveranno annessi – e sempre pronti all'intervento militare – proprio ai sabaudi per combattere i quali erano stati creati.

GuerraSuccSpagn 

Poi, nella seconda metà del 1700, qualcosa cambia per sempre. L'istinto di ribellione e il desiderio di libertà si stanno diffondendo come un profumo in Europa. La Rivoluzione Francese è alle porte. Le Milizie della Terra devono essere risvegliate. Non saranno più difensori, ma attaccanti. La Terra che li ha visti nascere ora non deve trattenerli.

Servono nuovi patroni che li spronino a scendere in battaglia. A Bannio, la pelle di quel San Bartolomeo che provvidenzialmente è già il nume della Parrocchia, diventerà, insieme al suo pugnale, la pelle... i confini del “corpo” della valle... che i miliziani venderanno cara – combattendo – al nemico. Tra il 1774 e il 1776 infine, giungono da Roma per opera del frate cappuccino Francesco Maria Ballotta, che li ha appena ritrovati nelle catacombe di San Lorenzo, i martiri guerrieri San Felice e San Vincenzo. Agghindati da combattenti quali sono, i loro corpi, insieme alle ampolle contenenti il loro sangue, vengono posti nella parrocchiale, per difendere il corpo e lo spirito della valle e dei suoi frutti.

 BANNIO1

Alla milizia di Calasca, sul lato opposto della valle, viene forse assegnato un compito diverso e con esso, un potere inatteso. E il potere, si sa, logora e porta a compiere le più atroci nefandezze. Come la Madonna della Neve, la Gurva non può più essere il nume tutelare dei legionari. Continueranno dunque ad onorarla quale luogo d'origine, ma i tempi sono cambiati.

La costruzione di un nuovo “santuario” in cui possa riconoscersi un guerriero, grande abbastanza da contenere non più una milizia ma un vero esercito, è ora necessaria. Nel 1791 comincia infatti la costruzione di quella sontuosa chiesa che verrà poi soprannominata “Cattedrale nei boschi”.

Calasca1 

Intanto giungono da Roma le reliquie di San Valentino2. Vestite con paramenti militari vengono poste nel terzo altare sinistro dall'entrata. Il guerriero martirizzato ora domina incontrastato. Se a Bannio i capi “spirituali” della milizia, credendo di diventare reliquie essi stessi, si fanno seppellire all'esterno del muro, proprio dove riposano Felice e Vincenzo, ad Antrogna sono i capi militari che, con lo stesso pensiero, ordinano di essere sepolti tra i mattoni che giungono fino San Valentino. Dicono che va fatto poiché essi vogliono servirlo pure nell'aldilà ma, in verità, questi sedicenti “eletti” aspirano così a condividere la sua stessa forza e continuare a comandare.

Calasca2x

Sulla volta della chiesa, poi, esprimono il loro sdegno e la loro ansia di libertà. La Madre-valle li ha benedetti e tenuti vicino a sé, in un abbraccio pieno di tenerezza. Ma, secondo loro, quella tenerezza ha infine spento la loro indole guerriera. Ad essa, alla dea, scelgono dunque di ribellarsi ponendo nella volta Prometeo, il “bastian-contrario”, che rubò il fuoco agli dei, ritenendo che l'uomo, degli dei, può farne a meno.

 Prometheus

È il loro grido di battaglia: il fuoco è nelle loro mani. Prometeo prese il fuoco dagli dei, il fuoco che alimentava le fucine di Efesto e che produceva le armi di Ares/Marte. Sant'Antonio Abate, cui l'edificio viene intitolato, è colui che quel fuoco lo prese: “Chiedete con cuore sincero quel grande Spirito di fuoco che io stesso ho ricevuto , ed esso vi sarà dato3. E tale era il fuoco della guerra che la Milizia avrebbe diffuso, il fuoco perpetuo e indomabile della guerra, il fuoco dei moschetti, che si scatena come un incendio e che nessuno può fermare.

Nel 1797 il nuovo sacrario della milizia è pronto. Il fuoco del Santo Antonio arde nei miliziani. La milizia diffonderà le fiamme della guerra e solo la milizia sarà in grado di domarle. Perciò, qualche anno dopo (1805) giungerà ad Antrogna anche una reliquia di quel San Defendente4, guerriero come gli altri, ma della Legione Tebea, che del fuoco e degli incendi è guardiano.

SanDef

La Madre-Valle è già stata dimenticata. Da lì la milizia viene, ma il suo destino è verso i martiri guerrieri, verso il Santo Antonio, egiziano ed esoterico come Defendente. Qualcuno si premura di segnalarlo. Inforca la porticina a sinistra dell'affresco della Gurva e imprime per sempre, nella roccia che sostiene il masso errante, come fosse uno sfregio, la ribellione della milizia alla Madre che l'ha generata, mettendola via, a riposo, congedandola.

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Ma il tempo, quello della storia, è tiranno. Mentre ancora la milizia sogna la guerra e la ribellione, la Rivoluzione Francese è già finita. Defendente deve ancora arrivare ad Antrogna e già un nuovo despota straniero rifonda l'Impero che, con la Rivoluzione, si pensava estinto.

Napoleone è inarrestabile, nessuno si oppone e quei pochi che osano vengono sconfitti.

I sogni di gloria della Milizia si sciolgono, come si scioglie la neve del Rosa al sole. Anche se il Bonaparte, dopo il disastro in Russia, viene sconfitto, ormai è tardi. I legionari di Anzasca non hanno portato guerra, non hanno conquistato, languono nella valle. La compagine, nel 1743, è ormai ridotta a 27 anime, reduci di una guerra che non hanno mai combattuto.

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Della gloriosa e intricata storia non rimane che il ricordo sbiadito, qualche segno nella roccia e il fastoso rituale d'agosto. Dapprima si festeggia la Vergine, madre della milizia, alla Gurva. Ma subito dopo si festeggia San Valentino, il nuovo patrono, con una festa che è identica, poiché solo il luogo (la parrocchiale di Antrogna) è diverso. A quel punto, tutto è cambiato. La Madonna va messa a dormire, ridotta al silenzio nella sua teca dorata, va “lugà la Madona”, va messa via...

 

- Francesco Teruggi -

 

AveMariaGurva

 

 


1Si conserva ancora nell'oratorio l'ex-voto di quell'evento.

2Da non confondersi con i suoi più famosi omonimi, è un oscuro “martire” ritrovato nelle catacombe romane, la cui agiografia è scarna se non pressoché inesistente. Giace nella parrocchiale di Antrogna con indosso vesti da legionario.

3Cfr. S. Antonio Abate, Lettera 8

4Il corpo di San Defendente (quasi completo) è però custodito nella “Basilica” omonima a Romano di Bergamo. Le sue reliquie ad Antrogna, sempre che si tratti dello stesso “martire”, come quelle del misterioso San Valentino, non sembrano essere state ancora riconosciute pienamente dalla Diocesi. Cfr. ad esempio gli elenchi dell'Archivio Diocesano di Novara in cui i due “santi” non figurano.

 


BIBLIOGRAFIA

 

Andrea Primatesta, Calasca e Spigolature di Valle, 2005

Sandretti Agostino, Calasca Zibaldone 1 e 2, 1948-1950

Adriano Antonioletti e Carlo Colombo, La Madonna della Neve e la sua Milizia, ed. privata

Enrico Bianchetti, L'Ossola Inferiore, 1872

Massimo Centini, Martiri Tebei, storia e antropologia di un mito alpino, 2010

Oliviera Calderini e Alberto De Giuli, Segno e simbolo su elementi architettonici litici nel Verbano Cusio Ossola, 1999

Fabio Casalini, Il santuario costruito sulla roccia, 2014 (Viaggiatoricheignorano.blogspot.it)

Fabio Casalini, Il sacro fuoco della Cattedrale nei Boschi, 2014 (Viaggiatoricheignorano.blogspot.it)

Fabio Casalini, Quando le pietre raccontano una storia, 2014 (Viaggiatoricheignorano.blogspot.it)

Fabio CasaliniIl mistero delle Milizie della Valle Anzasca, 2014 (Viaggiatoricheignorano.blogspot.it)

 


DE LA GURVE: LUOGHI FORTI E MILIZIE DELL'ANZASCA è disponibile come documento completo su academia-logo

 


 

Venerdì, 28 Novembre 2014 08:52

Scoperta divinità romana sconosciuta

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Un dio romano sconosciuto è stato recentemente portato alla luce in un santuario nel sud-est della Turchia. Il bassorilievo del I secolo a.C., di un enigmatico dio barbuto che emerge da un fiore o pianta, è stato scoperto presso il sito di un tempio romano vicino al confine siriano. L'antico rilievo è stato scoperto in un muro di sostegno di un monastero cristiano medievale.
 
"E' chiaramente un dio, ma al momento è difficile dire di quale esattamente si tratta", ha detto Michael Blömer, un archeologo dell'Università di Muenster, in Germania, che sta scavando il sito. "Ci sono alcuni elementi che ricordano antiche divinità del Vicino Oriente, come pure, quindi potrebbe essere una divinità antecedente all'arrivo dei romani."
 
L' antico dio romano è un mistero; più di una dozzina di esperti contattati da Live Science non avevano idea di quale divinità fosse.
 

 

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PE+: Praefactae Excellentiae. Il segno sulla roccia non lascia dubbi. Qualunque prodigio sia accaduto fu "praefacto" (fatto prima) per opera dell'Excellentia, dell'eccelsa fra le creature, della Vergine, come ne scrisse Sant'Anselmo (De Excellentia Gloriosae Virginis Mariae). Le due lettere e la croce sbilenca, questa volta, non sono banali segni di confine, lì sotto alla roccia, difficili e scomodi a farsi e quasi invisibili se non ci si china a cercarne l’ombra.

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No, non è questo il caso. La memoria si è persa, ma il segno ne è muto testimone. Furono incise a mazzetta e punta di metallo in un punto preciso, proprio accanto al fulcro, al baricentro di quella strana roccia in bilico. Se quel punto si fosse trovato poco più verso il fiume, il masso sarebbe rovinato in acqua. Invece, miracolosamente, è fermo in equilibrio. Non sarebbe strano che gli antichi abitanti della valle già nella preistoria lo adorassero come sacro. Qualcuno deve averlo pensato, secoli fa.

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Quanti millenni prima il sasso si era fermato in quella posizione, come trattenuto da una mano misteriosa? Molti. Eppure, per un cristiano, non era accettabile che fosse l'opera di una divinità antica, il cui artiglio era di certo diabolico, pagano. No, per quanto incredibile, doveva essere stata la mano delicata della Vergine anche se, in verità, era nata solo molto più tardi di quegli eventi. Maria l'aveva "fatto prima" (prae-fecit) di sé stessa. E in questo, forse, stava il vero “miracolo”, più che nell'equilibrio precario del masso.

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La Gurva è uno di quei luoghi di possibilità, benedetti e sacri da sempre, stabiliti da Madre Terra, presso i quali essa ha posto, come monito, un segnale di attenzione ben evidente, affinché siano più riconoscibili di altri. È accaduto in Myanmar presso il millenario Kyaiktyo, la Roccia d'Oro che si crede tenuta in equilibrio da un capello del Buddha. E lo si vede bene tra le rovine della leggendaria Mahabalipuram, nell'India del Sud, dove i templi scolpiti nella pietra e le grotte sacre sorgono tutto intorno alla "Palla di burro", rappresentazione del nutrimento spirituale, che costituisce il principale attributo del giovane Krishna (Balakrishna), ultima incarnazione di Visnu. Il parallelo con il globo che il Bambinello tiene nella destra mentre sta in grembo alla Madre, non può sfuggire.

Una roccia sull’altra: così deve averle messa la forza lenta e potente dell’acqua, che ne ha scolpita una e ha accompagnato l’altra sopra di essa. Il masso sottostante è levigato, come la veste della Madonna su cui siede il Bambin Gesù. Devono averlo ben visto i nostri avi e hanno colto l’occasione per trasformare la terra, quella terra, nella Madre di Dio, erigendo su di essa un piccola cappelletta con un’effige mariana. Intanto fiorì la leggenda del masso piovuto dall’alto e disceso verso il basso, come il Bambinello. La leggenda, così, finì per azzoppare la verità, cancellando ad arte i prodigi compiuti dall'acqua del torrente, che troppo sapevano delle religioni antiche.

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La Gurva, come tutti i luoghi veramente sacri, è sacra a prescindere dalle immagini e dai simboli. Sacra è l'acqua che gli scorre accanto e nel suo insieme ben si ritrova simbolicamente l'intera valle. Così dev'esser rimasta per molto, con la sua piccola cappella e l'affresco antico a due braccia forse meno dal masso “caduto”.

Poi, nel 1612, il Governatore spagnolo dello Stato di Milano, Marchese Mendoza della Hionosa, riceve da sua maestà ispanica l'ordine di invadere il Piemonte, per anticipare l'avanzata del Duca di Savoia e diffidarlo dalle sue pretese sul Monferrato. Tutta la popolazione viene obbligata a prendere parte militarmente alla contesa attraverso la costituzione delle Milizie delle Terre, nelle quali vengono costretti ad arruolarsi tutti gli uomini dai 18 ai 50 anni. La Milizia ossolana, che conta 1452 soldati tra i quali 390 provenienti dalla Valle Anzasca1, riceve il compito di presidiare i confini e i passi alpini dalle invasioni esterne.

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Ma l'ordine imposto dal dominatore ispanico non viene esaudito in silenzio. I futuri soldati, arruolandosi cercano la benedizione della loro stessa terra. Non combatteranno per lo straniero, ma per la loro valle. I militi di Bannio si rivolgono alla Madonna della Neve e del Gelo, occupandosi di ristrutturarla con il permesso del Vescovo di Novara. Quelli di Calasca scelgono la remota cappelletta della Gurva.

Mentre i lavori fervono, però...

 

... continua...

 

 


1 Gli arruolati provengono da Castiglione, Calasca, Bannio Anzino, Vanzone, Ceppo Morelli, Macugnaga.

 


 

Ringrazio Carlo Lovati per i puntuali contributi

Giovedì, 20 Novembre 2014 00:41

Il gioiello segreto del Piaggio di Villadossola

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 Pochi sanno -quasi nessuno per la verità- che un piccolo gioiello, si nasconde nel bel mezzo di Villadossola, in bella vista dove tutti passano e pochi vedono. La storia sembra la solita: un “loco ameno” vicino a un fiume, un sasso o una sorgente; una prima cappella talmente antica che non ci si ricorda quando fu costruita; il suo ampliamento per farla diventare una chiesa più grande realizzato qualche secolo dopo. Infine, la costruzione iniziale convertita in cripta e sopra di essa l'edificazione di un'ulteriore chiesa, con tutte le successive modifiche del caso.

Ma non esistono due chiese, due moschee o due sinagoghe uguali. Ognuna ha una storia tutta sua che vale la pena raccontare. La storia dell'Assunta del Piaggio comincia così...

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Esternamente solo le due doppie absidi coronate di archetti, sovrapposte e per metà sotto il livello stradale, attirano l'attenzione. Si scende nell'attuale cripta attraverso il passaggio recente ricavato sotto la sacrestia, un po' corridoio e un po' cantina. La cripta ha due absidi puntate ad Est. Una è più piccola, tozza e larga, l'altra è più stretta e pronunciata.

Entrambe dovevano essere dotate di altari importanti, come specificano gli Atti di Visita del 1596:”Est locus subterraneus sub parte ecclesia concameratus in quo sunt altaria duo parva nuda tollenda […] Essent demolienda dicta altaria aliqua cautione adhibita cum in eis essent aliquae reliquiae”.

In tutte e due si aprono due piccole finestrelle a feritoia che, probabilmente, puntano alle albe dei due solstizi. Così tutte le “posizioni” solari sono rappresentate. Entrambe le absidi si innestano su piccole navate ad esse in qualche modo proporzionate.

L'abside più antica, il primo luogo di culto, è la prima che si incontra. Toponomastica e geografia sembrano indicare che fosse una “capella ad Castrum”, luogo di culto di un castello o di una fortificazione lambita dal torrente Ovesca. “Se scavassimo qui intorno, troveremmo i resti delle mura del castrum e chissà cos'altro...”. La seconda abside e la seconda navata, aggiunte più tardi, sono più facilmente databili. Nonostante gli elementi aggiunti in epoche diverse, i costoloni romanici e la colonna centrale impostata quando fu eretta la chiesa superiore, certi piccoli dettagli e soprattutto la presenza all'esterno, proprio sulla specchiatura tra le due feritoie, di una croce rilevata in pietra che poggia su una V rovesciata, riportano all'epoca carolingia, tra il VIII e il IX secolo.

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La cappella iniziale è dunque più antica, molto più antica e risale almeno al periodo in cui furono scritte le prime vite dei santi Giulio e Giuliano, secoli dopo la loro morte. Ai due fratelli si ascrive di solito la prima cristianizzazione del Novarese e dell'Ossola, ma alcune scoperte archeologiche e documentarie, non ultima la villa romana rinvenuta a Sizzano, cui nel V secolo era già annessa una piccola chiesa, sembrano piuttosto ascrivere la diffusione del cristianesimo all'iniziativa della nobiltà locale spinta da motivi non propriamente spirituali.

Non è escluso che a tale fenomeno possa ascriversi anche la chiesa primitiva del Piaggio. I saggi di scavo hanno infatti messo in evidenza che agli edifici primitivi era annesso un battistero, la cui posizione, attualmente corrisponderebbe a quella dello scalone di ingresso della chiesa “alta” e di cui in parte riprodurrebbe il perimetro. Tanto tempo fa, solo le chiese principali, quelle “pievane” disponevano di un battistero.

Esplorando e fotografando la cripta intanto, il “sapere cellulare” assimila e valuta, aggiungendo tessere al mosaico. Sarebbe troppo facile limitarsi alle variazioni indotte dalle acque sotterranee o al magnetismo terrestre. Ben più interessanti sono i cambiamenti indotti dalle forme, dai resti degli affreschi, dalla terra sottostante, nonostante l'aria “intorbidita” dal varco di accesso del corridoio.

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In apparenza le due absidi sono “gemelle” ed entrambe interamente occupate da presenze maschili. In una campeggia il Pantocrator trecentesco nella mandorla mistica, nell'altra il Crocifisso, dello stesso periodo in corrispondenza della croce esterna e figure di vescovi guantati. Eppure le cellule non mentono. Il “catino” più antico, infatti, a dispetto del Cristo che lo domina, conserva intatta nella sua struttura formale la caratteristica nativa, di natura femminile, che gli appartiene. L'altro invece, sì, è un crogiolo di frequenze di tipo “maschile”.

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Madre era la chiesa iniziale. Non fu mutata in una madre “più grande”, fu invece affiancata dal suo complementare, come se ci fosse stato un cambiamento di pensiero, come se si fosse deciso che il maschio dovesse prevalere sulla femmina. Ma l'uno non poteva fare a meno dell'altra, poiché l'uomo non è uomo senza la sua sposa e la donna altrettanto senza il suo sposo, perciò entrambi i caratteri furono lasciati. Con due absidi dunque fu rappresentato l'Universo intero.

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Per fortuna e per sapienza, quando nel XI secolo, si procedette a costruire la nuova chiesa sopra quella esistente, non solo il santuario antico fu preservato mutandolo in cripta, ma il nuovo edificio fu altrettanto dotato di due absidi che riproponevano esattamente la stessa natura universale. I due antichi catini furono allora affrescati con il Crocifisso, i vescovi dai guanti candidi e il Pantocrator, di cui rimangono pochi resti. I nuovi invece furono abbelliti in accordo alle loro nature.

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La Madre, dipinta – forse – dalla stessa mano che dipinse la Madonna di Re, sta distesa sulla faccia visibile dell'altare cubico, nell'abside che le compete. L'affresco sul fondo è nascosto da spessi strati di intonaco, ma c'é da scommettere che al centro ci fosse una Madonna. Ad essa si riferisce appunto il De Maurizi in una nota del 1929. Qualche traccia - scene “bucoliche” - è visibile dietro l'altare che regge la statua lignea ottocentesca dell'Assunta.

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L'abside settentrionale superiore, in cui compaiono solo figure maschili, è di nuovo una scoperta. Le le cellule non mentono e dietro le emozioni subito riconoscono conoscenze perfette. Qui, il funzionamento di tutto ciò che esiste è visibile e rappresentato. Le tre figure trinitarie sono identiche, le somiglianze tra le coppie di “apostoli” non casuali. Perfino nelle coppe posate davanti alla trinità richiamano la verità energetica del cosmo. Il sinistro è decorato con linee serpentiformi verticali, il desto presenta solo linee orizzontali. Il mediano è un miscuglio degli altri due e insieme è qualcosa di molto diverso.

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Le coppie sottostanti, così simili alle personificazioni trinitarie, sono ritratte in rapporti di amichevole scambio tra loro e adombrano il dipanarsi delle leggi universali che dalla trinità discendono.

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Una diversa trinità, pare fosse stata dipinta inizialmente lì sotto: Cristo in croce, il Padre circondato dagli angeli alla sua destra, la Vergine alla sua sinistra. Il messaggio non è stato dunque mutato, solo ricomposto per adattarsi ai tempi nuovi.

Neppure la dedicazione è mutata. Già la chiesa primordiale era edificata “ad Saxum Sancte Marie”, contro quel sasso detto di Santa Maria, cui la cappella primitiva è ancora addossata da sempre, così che essi sono in perpetuo una cosa unica.

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Grazie a Giulia Brizzi, Barbara Piana, Chiara Lagostina, Fabio Casalini, Alberto De Giuli e il parroco di Villadossola don Massimo Bottarel, senza i quali la visita non sarebbe stata possibile

 

 


BIBLIOGRAFIA

G. De Maurizi, L'Ossola e le sue valli, 1954

Tullio Bertamini, Fondazione delle parrocchie della valle Antrona, Novarien 1, 1967

Aa. Vv., Novara e la sua terra nei secoli XI e XII, 1980

Aa. vv., Chiesa di Santa Maria Assunta, Villarte, 2014

 


 

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