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Balma dei Cervi: la preghiera degli Dei

  • Pubblicato in Italia

Nel 2012, quando la sovrintendenza ha ufficializzato la scoperta e ha posto sotto la sua protezione la Balma dei Cervi in Valle Antigorio, mantenendone segreta l'ubicazione, riscontrava che “si sono avuti alcuni distacchi della crosta calcarea, con l'asportazione delle pitture; alcuni distacchi sono in corso con margini sollevati di 1 o 2 mm”. Nella nostra breve visita due anni dopo, la delicata situazione in cui le pitture versano è stata inequivocabilmente evidente anche ai nostri occhi inesperti. È un miracolo che questi inestimabili messaggi sulla roccia siano ancora lì dopo millenni.

Ci appelliamo dunque affinché tutte le autorità provvedano al più presto
alla loro messa in sicurezza, così come già ampiamente promesso e prospettato.

E ci appelliamo a tutti voi affinché il vostro desiderio di avvicinarle, per quanto comprensibile,
alimenti invece il buon senso e il rispetto verso questo dono meraviglioso che viene da lontano.

Abbiamo raggiunto la balma non per curiosità, ma per raccontare, sensibilizzare e invitare al rispetto, affinché il nostro patrimonio non vada distrutto e dimenticato. Non riveleremo dove si trova. Questo gioiello deve rimanere segreto per rimanere protetto.

 

Ci appelliamo affinché la Balma continui ad essere per l'umanità.

 

- Francesco TeruggiTriaSunt Associazione Culturale -

 

 C'é una balma, da qualche parte in valle Antigorio, nell'estremo nord del Piemonte e dell'Ossola, alla quale solo i cervi salgono. Pare un grande orecchio teso ad ascoltare il ruggito distante del fiume. Sul colmo del rigonfiamento che sporge quasi come una mensola, a circa 1 metro e mezzo d'altezza, giace, nel silenzio, il più vasto e forse antico complesso di pitture rupestri delle Alpi Occidentali. Sono almeno una quindicina i siti noti, tra cui il Balm d'la Vardaiola dell'Alpe Veglia, a poche decine di chilometri di distanza, la Rocca di Cavour, la Balma ’d Mondon in val Pellice e Ponte Raut in val Germanasca, con cui sembrano avere molto in comune, ma le pitture antigoriane li superano tutti.

La fascia dipinta, lunga circa sei/sette metri è coperta di almeno una quarantina di pitture in ocra rossa di sfumature volutamente differenti, tracciate con la certezza e la calma di chi sa cosa significano. Un punto, un solo punto apre la narrazione che, poi, si sviluppa in almeno quattro zone, come capitoli di un libro, su un leggero strato candido di aragonite, depositata dall'umidità che percola dalla balma. Un altro punto conclude la storia. “Oranti in preghiera” simili a quelli camuni o a certe figurazioni “tombali” sarde si alternano a file di punti, recinti, simboli antropomorfi, ombre vive di una realtà che non sappiamo più riconoscere. Mai sapremo davvero di quale racconto si tratti, mai riusciremo a leggerlo.

 

È un racconto di eroi e di dee, il ricordo del tempo perduto in cui l'uomo parlava con le stelle. Sono simboli, concetti, astrazioni, di cui forse non capiremo mai la verità e l'essenza, poiché proprio non lo meritiamo. Ma dalla compassione di cui la natura ci fa partecipi, nonostante la nostra tendenza irrefrenabile a oltraggiarla, i segni della sua presenza sono riemersi nel 2008.

Se davvero è opera, come si pensa, di cacciatori eneolitici, non dovrebbe sorprendere che, millenni dopo, a imbattersi in questa scoperta sia stato proprio un loro lontano discendente. Solo un cacciatore si sarebbe spinto fino a quella balma, solo un cacciatore avrebbe potuto riconoscere i segni eterni lasciati dai suoi “avi”.

Altri anni sono poi occorsi prima che i tempi fossero adatti. Finché, nel novembre del 2011, poco distante da quello stesso luogo, un archeologo ha riconosciuto nelle foto quello che il cacciatore sapeva nel cuore.

 

Per ora non sono state rinvenute tracce di una permanenza dell'uomo in questo luogo, talmente sacro che sulla sua essenza religiosa sono d'accordo perfino gli storici e gli archeologi. Mani esperte e degne ebbero dalla natura, una volta soltanto, il permesso di scrivere su queste rocce parole eterne. Poi, su di esse, la Madre delle madri fece prodigiosamente scendere un sottile manto traslucido di concrezione calcarea, per proteggerle. E con esso, provvide ad avvolgerle nel giusto oblio che anche oggi dovremmo osservare.

 

Quando il cacciatore e l'archeologo la raggiunsero insieme per la prima volta, c'era un cervo ad aspettarli, il totem di quel luogo ancestrale, il suo vigile custode e fondamento. Solo i cervi infatti salgono alla balma, da quando il mondo l'ha plasmata. La raggiungono per strofinare le “corna” contro la roccia scintillante, dove sanno di avere il permesso per compiere quel rito naturale. Nessuna pittura è stata toccata dalle loro ruvide impalcature. Vengono tra la primavera e l'estate ad affilare e perfezionare i palchi con cui conquisteranno le femmine e sfregando, rendono più viva e feconda la dura roccia. Tornano solo nel più gelido inverno, i “tori delle fate”, per lasciarli come fiori sulla soglia della casa dove la loro amata dimora. E in quel ritmo raccontano la storia di tutto ciò che esiste. Nell'abbraccio della balma il cervo nasce, muore e morendo torna a nuova vita.

 

Di quegli “omini” dipinti alla balma, che paiono a tratti visitatori spaziali, perché giungono da epoche remote che non conosciamo veramente, dall'Era dell'Orsa, del Cinghiale Bianco e del Signore dei Boschi, si scrive, con tono asettico, che essi sarebbero “figure antropomorfe schematiche con le braccia alzate”. Eppure il fanciullino silente in ognuno di noi, “che non solo ha brividi [...] ma lagrime ancora e tripudi suoi”, guardando meglio ci spinge a sfuggire ai sensi e alla ragione per cercare nuovi significati. E allora in quelle “braccia” alzate, compaiono d'improvviso i profili dei palchi di cervo, in quelle “gambette” storte e sproporzionate le zampe possenti del sacro animale. Gli antropomorfismi pareidolici cedono subito il passo alla contemplazione della potenza di quei simboli, della forza universale che quei segni rappresentano ed esprimono.

 

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I puntini pare formino “recinti”, “catapulte”, “ghirlande”, corde che legano”. Ma chi li fece, con davanti agli occhi le macchie bianche sul manto dei piccoli di cervo, li plasmò in forma di gocce e li disegnò facendo delicatamente leva con il dito sulla roccia, come a voler imprimere a ciascun punto il movimento vitale.

 

Poco a poco le fessure naturali, i rigonfiamenti, tutto su quella roccia pare vivo e pregno di sensi e significati impossibili da immaginare. Infine, anche quel triangolo fatto di punti e di “omini”, che i pochi fortunati visitatori d'istinto hanno definito “aquila” e l'innocenza di una bambina “la valle in mezzo alle montagne”, lo riconosci.

Quel profilo non è che il muso, il naso, della Bianca Regina dei Cervi, il cui alito dolcissimo emana parole di tenerezza per il mondo. Forse quei simboli sono allora, le idee pure, i progetti, la danza cosmica dei pensieri di quell'Intelligenza che ha creato ogni cosa.

 

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Tra quei pensieri, uno è di certo per noi piccoli uomini, particelle infinitesimali nella grandiosità della creazione. Chissà che non porti un messaggio quel “capovolto”, a testa in giù e con un arco sulla testa... dicono che quello tra i “cacciatori” invitati alla Balma che lo dipinse, quel Buonarroti della preistoria, lo fece mettendosi a testa in giù altrimenti non ci arrivava e da quella posizione non poteva che disegnarlo al contrario...

Eppure è un simbolo già visto: i gitani, che in tarda primavera e in autunno si riuniscono in Provenza, lo chiamano “l'uomo che afferra il cielo”, stilizzazione del primo arcano dei tarocchi zingari. Nelle sue sembianze involgarite si cela l'antico Mercurio, messaggero degli dei. Lì, sulla parete della balma, così capovolto, pare proprio Hermes che porta il messaggio del cielo sulla terra. Anzi, che porta il cielo sulla terra, come a voler dire che il “cielo”, che tanto cerchiamo, è in “terra”. O, meglio, che l'unica strada per giungere al Cielo è la Terra.

 

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 La terra è mamma e maestra misericordiosa, mai matrigna.

Attese che uomini degni nascessero in quella valle e li accolse in quel preciso punto affinché disegnassero il suo messaggio.

Al resto avrebbe provveduto il vento di Nord Ovest soffiando, come le brezze degli altopiani asiatici sui cordoni dei mantra tibetani, su quelle preghiere di tenerezza, custodite dal “bestiame della Dea”, che la Natura rivolge incessante all'uomo:“Abbi fiducia in me”.

 

 


BIBLIOGRAFIA

 

Alberto De Giuli e Ausilio Priuli, Le pitture parietali della “Balma dei Cervi” in valle Antigorio – nota preliminare, in Oscellana XLII, 2012, Ed. Oscellana, 2012

Francesco Rubat-Borel con Angelo Carlone e Andrea Arcà, Crodo. Balma dei Cervi, in Quaderni della Soprintendenza Archeologica del Piemonte, nr. 28, Torino, 2013

Maria Gimbutas, Il linguaggio della Dea , Venexia, Roma, 2008

Gaudenzio Ragazzi, Iconografia preistorica e Coreutica: la Danza alle porte del Cosmo, in Atti del XV seminario dell'Associazione Ligure per lo Sviluppo degli Studi Archeostronomici, Sestri Ponente, 2013

Massimo Centini, Mito Religione Magia , Ed. Mediterranee, Roma, 1997

Julien Ries, L'uomo e il sacro nella storia dell'umanità, Jaca Book, Milano, 2007

James David Lewis-Williams, A cosmos in stone - Interpreting Religion and Society Through Rock Art, Rowman Altamira, LanHam, Maryland, Usa, 2002

Robert Graves, La Dea Bianca, 1948

Mircea Eliade, Storia delle credenze e delle idee religiose, Rizzoli, Milano, 1992

Julian Jaynes, Il Crollo della mente bicamerale e la nascita della coscienza, Adelphi, Milano, 1996

 


 

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I due re che fecero universi gemelli nella pietra

  • Pubblicato in Oriente

Questa è la storia di un re decaduto, di una montagna sacra e dalla nascita del più grande impero indocinese. E' la storia di re Devanika, sovrano di Funan, spodestato dalle bellicose tribù venute dal nord.

Nulla gli rimaneva se non le visioni del rishi Vaktrashiva, secondo il quale avrebbe dovuto lasciare la celeste città di My-Son, per cercare la montagna sacra di Shiva Briadeshwara, uno dei 68 lingam naturali di Shiva e qui edificare un nuovo tempio e una nuova città. Allo spuntare della luce dorata di un'alba del V secolo a.C. Devanika partì, dunque, portando con sé il fido Khammata, l'architetto reale.

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Stele di Devanika

 

Camminarono per settimane, forse mesi. Poi un giorno Devanika, mentre rimuginava seduto sulla riva del grande fiume madre-di-tutte-le-acque, finalmente lo vide. Lingaparvata si ergeva dalla pianura, fiero e maestoso proprio davanti a lui. Era giunto nella nuova terra sacra, la novella Kurukshetra, gemella identica della piana in cui si erano combattute le battaglie del Mahabarata.

 

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Costruì un lago in cui i pellegrini che sarebbero giunti potevano immergersi per uscirne benedetti e ordinò a Khammata di erigere un tempio a Shiva sulla montagna. Tra il fiume e la piana sorse presto la capitale del nuovo regno, Shresthapura. La benevolenza del dio avrebbe vegliato su Devanika e sui suoi successori.

Quattrocento anni più tardi, l'ultimo re di Shresthapura e discendente di Devanika, Jayavarman II, al termine dell'unificazione di tutti i piccoli regni indocinesi, avrebbe costruito un nuovo tempio e fondato ufficialmente il grande impero Khmer iniziando la costruzione della nuova grande città sacra di Angkor.

 

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Il passaggio dal mito alla storia è una stele rinvenuta sulle rive del Mekong nell'odierno Laos, in cui il re mitico Devanika racconta di proprio pugno la vicenda di come giunse nel luogo in cui regnava Shiva vivente. Poi, nel 1998, una scoperta tutta italiana ha definitivamente risolto l'enigma. A poca distanza dalla stele, sulla cima del Phu Kao, che domina dall'alto dei suoi 1416 metri la regione di Champassak, nel Laos meridionale e sulle cui pendici Henry Parmentier aveva scoperto un grandioso tempio pre-angkoriano a inizio '900, una spedizione italiana ha trovato la prova dell'esistenza di un sacrario dedicato proprio a Shiva: le fondamenta di un piccolo tempio e poco più in basso, i resti di un altare e di un lingam.

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Qui, dunque, dove il corso del Mekong è più largo, nella fertile pianura del Bassac, è nato l'impero Khmer, alle pendici del Lingaparvata, il Ling Kia Po P'o della cinese "Storia dei Sui" (VI secolo d.C.) sulla cui cima si ergeva un tempio dedicato al dio P'o To Li, custodito da mille soldati e dove una volta all'anno durante il plenilunio, il re in persona sacrificava una vittima al signore della montagna.

Della prima capitale e della sua leggendaria gemella Lingapura, acclamata in molte fonti antiche come ricca e prospera città di commercio, solo ora individuata come buona certezza, rimangono soltanto pochi resti. Ma esiste ancora lo splendido complesso templare progettato e costruito forse già da Khammata, sulle pendici del dio montagna.

 

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Wat Phou Champassak è un universo nella pietra. È concepito come una grandiosa via, una strada in leggera salita lunga più di un chilometro e mezzo che punta decisamente a ovest, preceduta da due file, una di di tre e l'altra di due, ciclopici baray (bacini artificiali). L'unico che oggi ancora contiene acqua misura 200 metri di larghezza per 600 di lunghezza. Se il Phu Kao-Lingaparvata simboleggiava il Monte Meru che si levava dalla pianura di Kurukshetra, i bacini riproducevano gli oceani che si estendevano alle sue pendici. Pare che un canale artificiale (non più esistente) deviato dal Mekong consentisse al re di raggiungere il baray centrale a bordo di un'imbarcazione cerimoniale.

 

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Una terrazza a gradoni, ancora visibile, posta oltre il bacino, era un tempo il basamento del primo gopuram, l'accesso principale del tempio, oltre il quale iniziava il lungo viale rettilineo delimitato da due lunghe file di pilastrini in forma di lingam.

Il viale termina ai piedi di due complessi gemelli di cortili vagamente simili a chiostri, in cui si aprono portali splendidamente scolpiti. Lo scopo delle due strutture, arbitrariamente definite “casa degli uomini” e “casa delle donne” è tutt'ora oggetto di dibattito.

 

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Da ciascuna, una galleria coperta conduceva all'inizio del percorso in salita. Il numero sette diventa dominante. Sei più la sommità sono i livelli intervallati da quattro scalinate e portali, sette sono le rampe per ogni scalinata e sette i gradini di ogni rampa. Naga dalle infinite spire si snodano sui muri che delimitano il percorso ed elevano le loro sette teste in fondo alle balaustre. Altri serpenti si fronteggiano scolpiti nei gradini e nelle soglie di ogni livello, ai piedi di quelli che, molti secoli fa erano poderosi gopuram.

 

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Oltre la seconda scala si ergevano i due Dvarapala (colui che apre/sorveglia la porta) armati, uno per lato. L'unico esistente, ancora adorato come buddha, sembra sia stato modellato sulle fattezze dell'architetto reale Khammata, ideatore del tempio.

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Finalmente il camminamento processionale raggiunge la collina. Sette terrazze che emergono dalla terra come un muro invalicabile sono l'ultimo ostacolo al raggiungimento della sommità del tempio. Bisogna di nuovo affrontare una scalinata a sette rampe di sette ripidi scalini.

 

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E infine, ecco il santuario inaccessibile di Shiva, con il vestibolo che precede il sacrario e le porte aperte su tre lati in direzione dei punti cardinali, sormontate dai Dikpala, i loro rappresentanti e guardiani. Qui nella porta principale si infila il sole dell'equinozio che sorge a Est. Oggi illumina una statua del buddha ma una volta percorreva tutto il vestibolo per raggiungere il lingam sacro e nutrirlo con il miele del cielo.

 

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Intanto, l'acqua prelevata dalla sorgente che si trova 60 metri sud-ovest del complesso e incanalata in un sistema di canalizzazione e distribuzione unico al mondo, passando per numerose fontane e per la sacra Trimurti delle forze del cosmo, irrorava continuamente e il lingam, nutrendolo con il latte della terra.

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Poi, il liquido vivificato dalla luce si raccoglieva probabilmente in una vasca, dalla quale solo il re poteva bere. L'essenza della regalità, l'Io impalpabile del sovrano, era infatti posta nel lingam, simbolo della potenza creatrice di Shiva.

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Alla stessa fonte di latte e miele si sarebbe abbeverato quattrocento anni più tardi l'ultimo discendente di Devanika, incoronato re da queste acque luminose con il nome di Jayavarman II. Cresciuto alla corte dei sovrani Saliendra di Giava, non si sa se come schiavo o per ricevere adeguata istruzione, vide la costruzione dello spettacolare Borobodur, il primo tempio-montagna eretto per celebrare il culto del deva-raja, re-dio.

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Tornato infine in patria come vassallo, ben presto si impose sui signori locali e la sua influenza aumentò. Poi, un giorno, com'era stato per Devanika, una visione lo rese re. Il messaggio giunse in sogno ad un suo figlio, forse lo stesso che gli sarebbe succeduto come Yasovarman I o l'altro che si dice abbia regnato per breve tempo come Jayavarman III. Il luogo che aveva visto nel suo viaggio onirico, un picco circondato da cinque montagne, era quello su cui avrebbe dovuto sorgere un nuovo tempio dedicato a Shiva Nataraja, il danzatore cosmico.

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Cercò senza sosta. Finché lo riconobbe. Era là, tra i Monti Dangrek. Era come nel sogno. Lo fece uguale all'antico tempio, più a settentrione, dove i Khmer erano nati, Wat Phou. Stabilì con precisione da dove giungeva il sole dell'equinozio e fece fare una galleria perché il signore del cielo vi si accomodasse.

Ma ruotò l'asse principale del tempio, chiamato Prasat Preah Vihear, “Castello della dimora Celeste”, quasi esattamente a Nord e su di esso fu posto un lungo viale lastricato con cinque gopuram. Poi, come ricorda una stele trovata nei dintorni, una “pietra” sacra, forse un lingam, fu portata da Wat Phou al nuovo tempio. Così Jayavarman II poté finalmente celebrare "un rito tramite il quale la Cambogia non fosse più dipendente da Giava e che non ci fosse nel regno che un solo re che ne era l' unico sovrano", diventando in questo luogo di potere il sovrano universale, il Chakravatin, “colui le cui ruote si muovono”.

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Intanto non molto lontano, nasceva la nuova capitale del regno Khmer, Hariharalaya. Il suo complesso di templi sarebbe poi diventato l'area sacra di Angkor. Ma per lungo tempo le origini non sarebbero state dimenticate. Una strada lunga 240 chilometri continuò a collegare la capitale all'antico tempio di Wat Phou, presso il piccolo santuario del Toro Nandi, passando per Nang sida e Ban Thaat. Ancora oggi i primi 30 km sono ancora disseminati di piccoli templi e santuari. Molti altri sono stati saccheggiati e distrutti dai cercatori di tesori.

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In Laos, con la venuta del buddismo theravada, ai lingam di Shiva si sono sostituiti i buddha prabang, ma il sole ancora ne bacia le sommità e l'acqua scorre sulle loro teste ad irrorarli e nutrirli.

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Cambogia e Thailandia, intanto, continuano a contendersi la sovranità, contendendosi Preah Vihear, che oggi si trova proprio sul confine tra i due stati e senza il possesso del quale nessuno dei due stati può riaffermare la propria supremazia sull'altro...

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BIBLIOGRAFIA:

 

H. Marchal, Le Temple de Vat Phou, province de Champassak, Éd. du département des Cultes du Gouvernement royal du Laos

H Parmentier, Le temple de Vat Phu, Bulletin de l’École Française d’Extrême-Orient, 14/2, 1914

Projet de Recherches en Archaeologie Lao, Vat Phu: The Ancient City, The Sanctuary, The Spring (pamphlet)

V. Roveda, Preah Vihear, River Books Guides, Bangkok, 2000

C. Higham, The Civilization of Angkor, London, 2001

L. P. Briggs, The Ancient Khmer Empire, American Philosophical Society (Philadelphia) vol. 41, 1951

 

 


 

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La madonna "sbagliata" di Luzzogno

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Accoccolato nella stretta valle, verde di prati scoscesi e di boschi, che lo cinge come in un abbraccio, tra la tigre dormiente e la vigile serpe, sorge Luzzogno -Lux/Lucus-omnium o Lucus-Usium che dir si voglia- già sotto la Pieve di Omegna dal 1133 e indipendente dal 1455.

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Alle spalle dell’abitato, sulla testa della tartaruga, poco oltre il rio portatore di vita che cinge le case sul lato sinistro, si erge bianco e rosso il piccolo, prezioso Santuario della Colletta con la sua prodigiosa Vergine.

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Molte sono le stranezze di questo minuscolo centro e soprattutto del suo luogo più sacro.

Sulla roccia del santuario, pare che anticamente sorgesse già, come in molti altri luoghi, una cappelletta, poi trasformata nei secoli in oratorio, ma la sua origine è ignota. Di certo il ciclo di affreschi nei rispettivi quattro riquadri, ancora parzialmente visibile dopo i recenti restauri (1996) all’interno sulla parete destra e datato al XV secolo (scuola lombarda) costituisce un’indicazione valida della sua esistenza già dalla seconda metà del 1400: partendo dalla porta si scorgono ancora San Rocco e la Madonna con Gesù Bambino, San Bernardo (di Aosta), Gesù in croce con la Madonna e San Giovanni. Nel quarto e più grande infine, proprio come e dove ci si aspetta che debba essere, campeggia il Giudizio Universale, con tanto di demoni e anime torturate nel fuoco.

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Del resto, è la stessa tradizione riportata dal parroco Don Togno al vescovo di Novara nel 1884: "L'erezione di questo Oratorio fu quasi contemporanea all'erezione della Parrocchia di Luzzogno, che seguì l'anno 1455 ; la onde in quell'epoca venne collocata detta statua in detto Oratorio, la quale statua, secondo una vecchia tradizione, già da tempo anteriore stava esposta alla pubblica venerazione in una cappelletta che venne poi convertita nell'attuale Oratorio, successivamente ampliato a spese di un ricco signore della nobil casa Gozzano, di Luzzogno per grazia ricevuta dalla B. V. Della Colletta".

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E qui cominciano i misteri. La cappelletta votiva, poi diventata parte absidale dell’oratorio, doveva contenere una statua lignea di una “Vergine lattante”, munifica di prodigi, che fu poi collocata sul nuovo altare.

Eppure, nel 1597 il Bascapé in visita pastorale, constatando che ormai era una “scarsa imago linea super altare Beata Virginis Mariae, lactantis rudis et vetustate corrosa atque deformis”, un’immagine rozza, deformata e corrosa dal tempo, ne ordina la sostituzione.

Non si sa se ad essa subentrò una statua completamente nuova o se, come alcuni sostengono, fu sostituito il corpo della venerata immagine, mantenendone la testa, in effetti più antica del corpo. Fatto strano, la nuova Madonna della Colletta non somigliava più all’antica Vergine, anzi, non era più neppure “lattante”, bensì una più accettabile Madonna con Bambino.  

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Non pago del danno irreparabile arrecato al Santuario, cui la Madre continuò tuttavia a riservare la sua misericordia, il Bascapé è probabilmente anche l’autore dell’esecrazione, avvenuta appunto proprio nello stesso anno della sua visita, di un altro piccolo oratorio con annesso cimitero, detto “di fra’ Marco”, che era in verità dedicato alla Madonna nera (Madonna di Loreto). Si trovava al limitare del paese, proprio sotto la Colletta. Oggi presumibilmente sui suoi resti sorge una casa. Non lontano, alcuni ritrovamenti fanno supporre che vi potessere esistere, anticamente, un sepolcreto leponzio.

Visitando il santuario, ci si sofferma di solito sulla sfortunata storia di quel Gozzano, forse un signorotto locale, il quale, preso per un altro, fu incarcerato con l’accusa di furto e, a quanto pare, ritrovò la libertà grazie alla Madonna della Colletta. A costui si deve, l’ampliamento dell’oratorio in segno di ringraziamento… e un ulteriore oltraggio alla sacralità del luogo dopo il pasticcio combinato dal Bascapé.

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Tolto il tetto a capriate di legno, esso fu sostituito con volte in muratura, che tagliarono i preziosi ed eloquenti affreschi, già per altro provati dal tempo, modificando arbitrariamente la cubatura dell’edificio e vanificando lo sforzo dei maestri locali che avevano progettato il primo oratorio.

L’episodio era ritratto nella lunetta della facciata e mostrava il Malcapitato nobiluomo e "l'immagine vecchia della Beata Vergine", la Virgo Lactans. Purtroppo, nel 1865, fu chiesto al pittore Mattazzi di Massiola di “ritoccare” l’affresco… e anche quell’unica immagine della Vergine Lattante finì per diventare una Madonna con Bambino, segnando irrimediabilmente il destino del luogo.

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A completarne la decadenza, nel 1820 si provvide a cambiare ulteriormente la dedicazione del santuario, intitolandolo alla “Natività di Maria”.

Neppure le due incoronazioni successive (la prima nel 1885) della Vergine della Colletta avrebbero più potuto ripristinare la bellezza perduta di questo luogo sacro da sempre.

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Ma di tutta questa storia, nulla è stato scritto, se non ciò che rimane nella memoria dei suoi muri. Eppure molto ne può raccontare il nostro sapere cellulare, se ne ascoltiamo gli echi con attenzione, mentre visitiamo il luogo. Inconsapevolmente siamo sempre risonanti con ciò che ci circonda, ma il raziocinio e le emozioni ci rendono sordi e ciechi alla bellezza.

 Se invece, con pazienza e sforzo adeguato, ci sforziamo di insegnare nuovamente alla testa a comunicare con il corpo e viceversa, ci accorgeremo allora che non vi è più traccia di quell’acqua che, un tempo, doveva scorrere incrociandosi sotto l’altare, portando il luogo ad esprimersi al meglio. Se la sono portata via le gallerie della miniera ottocentesca di calcopirite che si apre pochi metri sotto alla chiesa. I più bravi potrebbero trovarne all’esterno, ma scoprirebbero presto che si tratta soltanto della tubazione recente (1942) che alimenta la fontana…

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Soprattutto non si può fare a meno di sentire, con un pizzico di tristezza, che la Madre Terra non si riconosce più da molto nell’immagine dell’Incoronata che riluce sull’altare, anzi, si rivolta contro sé stessa, rifiutando di essere quell’immagine che le hanno posto in capo.

Per quanto strano possa sembrare, essa rivede il suo fedele sembiante solo nel coro di recente fattura che si apre a lato dell’altare: qui, in cima all’arco di ingresso, pudicamente nascosto, campeggia un bel quadretto della Madonna di Re, portentosa Vergine Lattante!

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E così, dove la Terra in basso, si specchia nella sua immagine fedele in alto, la Madre si rasserena e può capitare che conceda ancora qualche carezza. Per quanto in rovina sia il luogo, infatti, la Madre che lo tiene sulle sue ginocchia, la “Beatae Maria Virginis cum filio in gremio” come si legge in un documento vescovile del 1629, vive e attende - pur in silenzio- che qualcuno la possa udire.

 

Grazie ai Viaggiatori Ignoranti, a Fabio Casalini (anche autore di alcune delle foto), Barbara Piana e a Severino Piana che mi hanno accompagnato alla scoperta di questo luogo ricco di fascino.

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 BIBLIOGRAFIA

 Sac. C. De-Giuli, Santuario (della) Colletta di Luzzogno : memorie, Domodossola : tip. C. Antonioli, 1926

Francesco Teruggi, Il Graal e La Dea, Ladolfi Editore, 2012


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Santuario Madonna di Oropa, Migiandone: moderne antiche conoscenze

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Che le conoscenze antiche non vadano mai del tutto perse è un fatto con cui a volte ci si trova faccia a faccia all'improvviso e non senza grande sorpresa. Così mi è accaduto, visitando un piccolo Santuario tra le alture dell'Ossola, proprio dietro la Punta di Migiandone. Salito attraverso la mulattiera della Linea Cadorna che porta fino al forte di Bara, ho proseguito oltre la “punta”, seguendo la vecchia “strada delle cappelle”, fino ad attraversare i ruderi dell'alpe La Villa e a raggiungere il piccolo Santuario della Madonna di Oropa.

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Il complesso di candida calce con il tetto in piode scurite dal tempo, è ben visibile dalla valle, aggrappato alla montagna sopra Migiandone. Ci si può arrivare anche dall'abitato, percorrendo la via Crucis consumata dal tempo che comincia nella piazza.

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Probabilmente dove sorse il Santuario esisteva già, come molto spesso accade, una cappella, non più visibile/esistente, dove oggi si trova l'altare maggiore. In ogni caso, la fondazione e costruzione è recente. Tale Gaspare Bessero, cercatore d'oro in Valle Anzasca, pare si trovasse in difficoltà poiché aveva perso il filone nella miniera. Così, passando dal Santuario di Oropa nel Biellese, fece voto di costruire in Ossola un Santuario dedicato alla Vergine Nera, se la Madonna l'avesse aiutato a ritrovare l'oro. Il “prodigio” si verificò e nel 1820 si provvide a cominciare la costruzione del futuro Santuario.

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Certamente chi individuò il luogo e progettò il complesso non si è lasciato sfuggire alcun dettaglio e ha fatto le cose per bene. La porzione di montagna alle spalle di Migiandone, nella parte bassa della valle e ricca di rame, (nell'Ottocento qui esisteva una miniera)1 è certamente in perfetta risonanza con la Vergine Nera portatrice di vita feconda e il pianoro è, in tutta quest'area risonante, il punto migliore.

L'insieme è formato dalla chiesa, a croce greca e orientata verso Sud, con annessa sacrestia, campanile e locali d'abitazione. Un porticato a forma di U svasato la cinge sui lati ed il retro. Come ho potuto verificare, il complesso, era concepito come un percorso in tre tappe, un vero e proprio cammino. L'accesso principale era attraverso la Via Crucis. Ogni stazione, oltre a presentare uno dei passaggi salienti della Passione di Cristo, riportava in un motivo discoidale nel timpano una scena evangelica legata alla Vergine, in un delicato gioco di richiami e rimandi. Così, la prima stazione che si incontra salendo -l'unica ancora discretamente conservata, gli affreschi delle altre sono in gran parte perduti- mostra il momento in cui Cristo prende la croce e al di sopra, l'incontro di Maria con Santa Elisabetta.

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La seconda tappa, per chi giungeva dal basso, era il passaggio nel porticato, che si apriva verso la chiesa in dodici punti.

Oropamig7

Sul muro corrispondente ad ognuno, era di nuovo rappresentata la vita della Vergine, a partire dalla sua nascita, fino all'Assunzione. Un tredicesimo affresco, sul fondo dell'ultimo tratto concludeva il ciclo con l'Incoronazione di Maria.

OropaMig6

Solo questo si conserva ancora, insieme ai primi due della serie, che però sono in un grave stato di abbandono, deturpati dalla mancanza di rispetto di noi contemporanei. Gli altri, nonostante i tentativi di proteggerli, si sono già sgretolati.

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Compiuto il camminamento, si poteva accede attraverso una delle aperture laterali, direttamente al portico della chiesa e all'interno del Santuario, avvicinandosi prima all'altare di sinistra, poi a quello centrale ed infine a quello di destra.

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Armonicamente, come in un “labirinto” antico, la prima parte serpeggiava in salita invitando il pellegrino a lasciare dietro di sé ogni cosa, il camminamento coperto procedeva in senso antiorario preparandolo lentamente, quello in chiesa in senso orario l'amorevole attenzione della Vergine ai fedeli.

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L'intero percorso non era strettamente necessario a chi giungeva invece agli alpeggi. O perché vi era già passato salendo oppure perché veniva da Ornavasso e dai Santuari del Boden e della Guardia. Entrando da Est, accedeva direttamente, dall'ultima tappa del corridoio coperto, alla chiesa.

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Una leggenda racconta del tesoro nascosto all'Oropa di Migiandone. Pare che Gaspare Bessero, lungimirante, avesse nascosto parte dell'oro prodigiosamente ritrovato grazie alla Madonna Nera, in un luogo sicuro: dietro (o dentro) la statua della Vergine. Dopo averlo personalmente deposto, aveva lasciato detto, ai pochi messi al corrente del segreto, che avrebbe dovuto essere prelevato soltanto cent'anni dopo, al preciso scopo di servire per gli inevitabili interventi di restauro e conservazione del santuario.

Quando, trascorso il tempo, si procedette all'ispezione del nascondiglio, però, fu trovato vuoto. Ma in quei cento anni l'intera parentela di Gaspare Bessero si era estinta a causa di malanni e infinite sfortune. Sicché le voci di popolo riconobbero presto, nei parenti del cercatore d'oro, i colpevoli e nella loro sorte la giusta punizione che la Provvidenza aveva riservato a quegli avidi traditori...

 


NOTE

1"78/1. Migiandone. Miniera di rame in Comune di Migiandone, Circondario di Pallanza, Provincia di Novara concessa con Decreto R. 6 febbraio 1858 ai sigg.ri Carlo Pelham Clinton, ingegnere Nicola Harvey e dottore ingegnere William Watson, avente l'estensione di ettari 138.58.32". 1858-1877


BIBLIOGRAFIA

Remo Bessero Belti,La Madonna d'Oropa di Migiandone, 1985

C. Jonghi Lavarini, Ornavasso nella sua storia sacra e civile, 1934

E. Bianchetti, L'Ossola Inferiore, 1878

 

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Lalibela - La Croce e il Sador

  • Pubblicato in Cose

 Nel profondo del deserto etiopico, ben nascosta tra i torridi altipiani a nord di Addis Abeba, sorge ancora quella che, per un breve periodo, fu la capitale del potente regno axumita. La sua storia leggendaria comincia con la prodigiosa nascita del suo futuro edificatore, segnata dall'improvvisa comparsa di uno sciame di api che si posarono sulle sue membra. Fu così battezzato Lalibela, “le api riconoscono la sovranità”.

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Madonna dello Scopello - luogo di eternità

  • Pubblicato in Italia

 Sulla sinistra orografica della Toce, poco oltre la punta di Migiandone, uno sperone roccioso e irregolare, ammantato di verde, si protende in Ossola. Lungo la sottostante Provinciale 166 un cartello indica “Madonna dello Scopello (Tasso secolare sec. XVI)”.

Si sale lungo la mulattiera segnata da una cappelletta e ci si infila nel bosco. Poche decine di metri e la sommità è raggiunta. Tra gli alberi spunta un oratorio dipinto di bianco e giallo.

 

 

Scopello12

L'ingresso è preceduto da un sagrato che sporge come un balcone verso valle; l'interno è semplice, a navata unica, con l'altare sovrastato da un grande arco. Su un lato si apre una sorta di cappella, come un braccio laterale, in cui sono appesi ex-voto in ringraziamento alla Madonna per i prodigi accordati.

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Il santuario sorse verso la fine del 1600 quale monumentale voto collettivo. Fu innalzato sul lazzaretto che era stato qui approntato al tempo della Peste Nera manzoniana, che aveva colpito duramente non solo la capitale del ducato milanese ma anche le valli alpine.

006

Che il luogo probabilmente non fosse stato scelto a caso, lo testimonia in qualche modo il maestoso tasso (taxus baccata) plurisecolare che ancora si innalza per più di sedici metri proprio accanto all'oratorio. Pare si trovasse su quello sperone roccioso ben prima del lazzaretto e del piccolo santuario. E già i popoli celtici consideravano il tasso l'albero della morte, forse per il liquido velenoso che stilla dalle sue bacche e che si usava nell'antichità per rendere ancor più mortifere le punte delle frecce. Secondo alcuni l'accostamento verrebbe invece dal suo particolare legno, molto adatto a costruire archi e lance, strumenti di morte.

Scopello6

Il toponimo del luogo è un'indicazione ancor più attendibile e chiara. Sembra infatti che si possa far derivare “scopello” dal greco skopelos, scoglio, sperone, o dal latino scopulus, che sta genericamente per “rupe”. In entrambi i casi il probabile riferimento è a certe “rupi” dalla fama sinistra, come quella Tarpea, sul lato meridionale del Campidoglio romano dalla quale venivano gettati i condannati a morte, o quella analoga spartana del monte Taigeto.

Simbolicamente la rupe, lo “scopello” si può dunque intendere come una sorta di “trampolino” per l'eternità, una rampa di lancio verso l'aldilà. Questa sembra proprio essere l'impronta energetica del luogo, la sua caratteristica peculiare. Nella vicina Mergozzo, a riprova, c'é un “Prato Scopello” ed è dove ancora si trova il cimitero del paese e la sua chiesa, in cui un altare seicentesco, fu dedicato a San Rocco, in segno di ringraziamento per la fine dell'epidemia di peste.

Scopello7

Ogni luogo sulla terra è deputato per natura ad un diverso e preciso scopo. E quando i bubboni comparivano impietosi, il “condannato” a morte quasi certa non poteva che essere portato dove la terra si sarebbe presa cura al meglio di lui. Su quello sperone, l'ammorbato, l'avvelenato dal male, forse poteva ricevere dall'alto una cura per il corpo, un “antidoto” in senso “omeopatico”: il veleno avvelena il sano, ma guarisce l'avvelenato.

Scopello13

Se, invece, per la cura corporale fosse stato troppo tardi, quel medesimo luogo avrebbe potuto prendersi cura dell'anima del moribondo, aiutandolo a “levar le ancore”, a staccarsi dal mondo terreno senza rimorsi, senza rimpianti, senza alcun peso che lo trattenesse, proprio come accadeva al condannato che veniva “gettato dalla rupe”, spinto “fuori” dalla realtà ordinaria senza possibilità di ritorno.

Scopello19

Così, la longeva velenosità del tasso, secondo solo alla quercia, che richiama la morte ma anche l'eternità e il toponimo di “scopello” non sono in contrasto ma in piena armonia con il particolar soprannome della Madonna che regna su questo sperone ossolano. E' la “Madonna dei fichi” e si dice che ciò venga dai frutti che costituivano le offerte più ricercate all'asta che si teneva nel giorno della sua festa, la prima domenica di Settembre. E se invece fosse perchè il ”frutto” di cui è portatrice quella Madonna è proprio la vita eterna di cui il fico è simbolo?

 

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MURA POLIGONALI: quando l'uomo coglieva le stelle

 

Capita, ripescando un vecchio libro, di leggervi cose che, in precedenza, erano sfuggite perché non riconosciute oppure non comprese. Ci si torna su a volte dopo anni e a quel punto, con un poco di esperienza cristallizzata in più, si scorgono, nelle stesse parole lette molto tempo prima, nuovi e inattesi discorsi.

Il più intrigante, accurato, poetico e controverso lavoro mai fatto sulla cultura ancestrale del popolo Dogon è, ad oggi, senza dubbio quello che l'antropologo francese Marcel Griaule raccolse nel libro “Dio d'Acqua”. Protagonista è un vecchio cacciatore cieco di nome Ogotemmêli il quale, per ricambiarlo di un non del tutto chiaro favore, comincia a raccontare all'antropologo l'essenza delle tradizioni Dogon. Durante i ripetuti colloqui il saggio letteralmente “scompone il sistema del mondo”, spiegando tecnicamente e con raffinatezza impareggiabile le forze e i ritmi del divenire fin dall'inizio dei tempi.

 

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MAGDALENA (parte III) - Le reliquie dei Sette di Betania

Concludiamo l'excursus nella leggenda dei Sette di Betania con la vicenda del ritrovamento delle reliquie a loro attribuite.

Sui luoghi dove la tradizione ricordava fossero sepolti Lazzaro, le due Marie con Sara, Marta, Magdalena, Massimino e Sidonio, sorsero con i secoli piccole chiese-mausoleo. Ma le scorrerie saracene nel Mediterraneo al grido «La ilaha illa lllah» (Dio è Dio), soprattutto da che gli islamici si erano acquartierati proprio in Provenza, a Frassineto, per razziare le coste francesi e liguri nel IX secolo, avevano costretto i popoli gallici della costa a nascondere i loro santi per proteggerli. Le scarse cronache ipotizzano che fossero state traslate in gran segreto in monasteri inaccessibili o che si trovassero nei forzieri di qualche signorotto locale. Ma erano solo voci e non fecero che alimentare leggende senza fondamento. Dei possibili resti santi, insomma, si finì per perdere, almeno apparentemente, ogni traccia.

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MAGDALENA (parte II) - Le vicende dei Sette di Betania

Con questo post continuiamo a seguire le peripezie della compagnia giudaica dopo lo sbarco in Provenza.

Giunte al termine della loro esistenza, Maria Jacobè per prima, secondo la tradizione e Maria Salomè poco tempo dopo, vengono sepolte in una tomba appositamente preparata per loro nella piccola chiesa di Ratis. La fama delle loro gesta e dei miracoli che continuano a produrre anche dopo la morte cresce rapidamente. A loro si aggiunge presto Sara, sepolta "in odor di santità" accanto alle due Marie. Già nel IV secolo, il povero oratorio viene sostituito con una chiesa più grande e maestosa, dedicata alla Vergine, cui viene affiancato un monastero delle Religiose di Arles.

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Preziose rovine equatoriali

  • Pubblicato in Africa

Se a qualcuno capitasse per le mani la carta geografica Bertholet del 1639, noterebbe alcune curiose indicazioni, tra cui una più enigmatica di tutte: “Quelman”, poco sotto il Corno d'Africa, a poca distanza da Melinde. Di quest'ultima, oggi placida stazione balneare equatoriale, la storia è per lo più nota. Colonizzata dai mercanti omaniti almeno dal XIII secolo, divenne uno dei sultanati più potenti della costa orientale dell'Africa.

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- San Bernardo di Chiaravalle, epistola 106 -

 

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