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Santa Cazzuola

  • Pubblicato in Cose

Raccontano le agiografie che all'alba del Cristianesimo nel Nord Italia, sulle rive del Lago d'Orta erano giunti due fratelli predicatori dalla lontana Grecia. Le gesta dei fantomatici Giulio e Giuliano sono piene di accadimenti prodigiosi. Tra le tante, è curiosa la storia di come, mentre l'uno erigeva San Lorenzo a Gozzano e l'altro la futura Basilica sull'isola in mezzo al lago, si lanciassero l'un l'altro l'unica cazzuola e l'unico piccone che possedevano. Gli arnesi volavano dunque di continuo per chilometri, cascando alternativamente nella mani di questo e di quello che, in tal modo portarono avanti contemporaneamente i due divini progetti. Si dice che una volta Giuliano non si sarebbe accorto dell'arrivo volante del piccone e che si sarebbe di conseguenza ferito una mano per cercare di acchiapparlo. Lo schizzo di sangue lasciato su una pietra diventò oggetto di intensa devozione.

Identica faccenda pare essere accaduta anche sulle rive del Lago Maggiore, poco più a est. Qui sorge, sulle alture varesotte di Ranco, una placida, millenaria chiesa dedicata a San Quirico. Si racconta che fu edificata da un qualche “monaco errante”, che aveva viaggiato insieme ad un confratello, il quale aveva proseguito fino al Monte San Salvatore sopra Massino Visconti, sull'opposta riva del lago.

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San Quirico al Monte (Ranco di Angera) - fonte: Wikipedia

Mentre l'uno innalzava San Quirico, l'altro costruiva la primitiva chiesa che probabilmente pre-esisteva al santuario benedettino che vi sarebbe sorto nell'anno Mille.

Di nuovo, a causa della mancanza di attrezzi, si vide per diverso tempo una cazzuola sfrecciare fischiando di traverso al lago, da una chiesa all'altra. Di tale mirabolante prodigio sarebbe stata ripetutamente testimone tale Servilia, rifugiatasi nei boschi circostanti insieme all'anziano padre per sfuggire ai dominatori longobardi.

Più tardi le leggende finirono per sovrapporsi e i due santi monaci cristiani di Angera (Ranco) e San Salvatore diventarono Giuliano e Giulio, i quali vi sarebbero arrivati dopo essere passati dalla vicina Brebbia e prima di giungere ad Angera. Dei due, ovviamente, Giulio si sarebbe occupato di San Salvatore, “andando avanti” lungo la strada, come poi avrebbe fatto anche tra Gozzano e Orta.

Una volta di più è valido ciò che ormai molti storici confermano e cioè che le agiografie dei santi furono creazioni molto più tarde di quando i supposti santi sarebbero vissuti, confezionate ad arte su modelli stereotipi ben definiti. Del resto, a parte quella leggendaria storia che le accomuna, le due chiese non sembrerebbero avere nulla a che fare l'una con l'altra.

Cambia il lago, cambiano i protagonisti e la faccenda si ripete. Ma l'ispirarsi ad una medesima fonte per redigere le agiografie, forse, non spiega ogni cosa. Dovrebbe essere quantomeno sospetto che sia stato inserito un evento tanto strano e poco rappresentativo in luoghi diversi e differenti storie di santi.

 

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Monte San Quirico (Ranco di Angera), vista dalla riva occidentale del Lago Maggiore

San Quirico Al Monte è dedicata a un santo bambino. Senz'altro è essa stessa una chiesa-bambino. Però Quirico è di solito accompagnato dalla figura materna. Essendo questo un caso in cui la dedicazione è riferita soltanto a lui e non a “Quirico e Giulitta”, la “madre” dove può trovarsi?

Il “lancio della cazzuola” avanti e indietro, come a tessere una tela invisibile, conduce inevitabilmente a San Salvatore. Non è difficile immaginare che tale Santo non sia probabilmente la dedicazione originaria. La “Salvezza”, il Cristo evangelico, venne dal grembo della “Madre”, Maria e forse proprio a lei fu intitolata, prima dell'arrivo dei Benedettini la sommità del monte. Come già intonava una celebre preghiera mariana orientale, Sub Tuum Praesidium: «Proteggici o Madre di Dio / sotto la Tua ala da ogni pericolo: / Tu sei il nostro rifugio, la nostra massima speranza...». La Theotokos è dunque anche la fonte della “speranza di salvezza”.

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Abbazia/Santuario di San Salvatore (Massino Visconti)

Del resto il monte, prima dell'arrivo dei benedettini, si chiamava “Biviglione”, con il significato di “(montagna) delle grandi betulle”. L'albero in questione è di certo di natura femminile e femminili erano le “vesti” con cui veniva adornato nei giorni della Pentecoste (mese di Maggio, il mese della Vergine Maria) prima di essere gettato nel fiume per propiziare la pioggia. Nelle saghe europee e soprattutto nordiche è infatti un albero della vita, un veicolo della creazione e precisamente l'entità arborea che dona la luce al mondo.

 

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Affresco absidale (particolare) - Abbazia/Santuario di San Salvatore, Massino Visconti

Non a caso, dal XV secolo, quando il monastero passò agli Agostiniani, proprio questi ultimi vi portarono (o riportarono) il culto della Madonna, quella detta “della Cintura”, di origini bizantine. L'originale, la reliquia della cintola, una sorta di fascia indossata sopra i fianchi per reggere le vesti, pare fosse custodita a Bisanzio-Costantinopoli nella chiesa di Santa Maria Chalchoprateia, in un prezioso reliquiario, la Santa Cassa.

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Madonna della Cintura (statua moderna) - Abbazia/Santuario di San Salvatore, Massino Visconti

C'é poi un curioso legame con la femminilità e l'atto creativo nascosto nelle “absidi da celebrazione” del complesso di San Salvatore. Questi curiosi ambienti semicircolari sovrapposti voluti dai benedettini e la cui funzione non è chiara, hanno infatti dedicazioni non casuali: Santa Margherita di Antiochia, Maria Maddalena e lo stesso San Quirico! La prima è la patrona delle partorienti, l'ultimo dei fanciulli ed è fanciullo egli stesso e ciò porta a supporre che nella loro presenza fu codificata una vera e propria venerazione per l'atto spirituale e terreno di “creazione e manifestazione della vita” nelle sue tre fasi salienti.

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Affresco absidale (particolare) - Abbazia/Santuario di San Salvatore, Massino Visconti

Ecco dunque la chiesa “madre”, in cui il bambino è presente e la chiesa “bambino” sull'altra sponda del lago. La cazzuola parrebbe dunque una sorta di legame invisibile tra i due luoghi, mantenuto vivo attraverso il suo andirivieni “sul filo della cintola”. Il “dono della cintura” fatto dalla Vergine a Santa Monica (madre di S.Agostino), all'origine di tale culto, era infatti un chiaro simbolo di appartenenza e di fiducia insieme, come già era stato scritto in Isaia 11,5: “Fascia dei suoi lombi sarà la giustizia / cintura dei suoi fianchi la fedeltà”.

 

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Scala santa e ingressi delle absidi da celebrazione - Abbazia/Santuario di San Salvatore, Massino Visconti

Quanto allo strumento attraverso cui viene indicata la “cintura invisibile”, un attrezzo da costruttore, è facile ricondurlo ai simbolismi del compagnonage libero-muratorio, per lo più come indicazione di una volontà precisa e studiata, appannaggio di pochi sapienti.

Se poi si cerca un motivo per cui la cazzuola sarebbe stata messa nelle mani di Giulio e del suo fantomatico “fratello” Giuliano, di nuovo San Salvatore offre uno spunto curioso nella figura di una delle dedicatarie delle cappelle da celebrazione. Prima di Giulio, già Santa Margherita di Antiochia era stata una “ammazzatrice di draghi”, una “sauroctona”.

Infine vale la pena soffermarsi su un dettaglio del Libro di Isaia. Due sono le “cinture” ricordate. Una è quella chiamata dai greci “zone”, la cintura vera e propria annodata soprai fianchi, che è il segno della fedeltà, della fede che è come un “filo” che “mantiene” un legame, una promessa come quella dei Templari che indossavano, per tale motivo, un filo di candido lino in vita, sopra l'armatura... la promessa della salvezza, appunto, su cui fu edificato il Monte San Salvatore.

L'altra è invece quella indicata in Grecia come “strophinon” ed è la fascia che avvolge il seno, annodandosi nella zona renale/lombare, segno di giustizia, secondo Isaia. Forse anche questa “fascia invisibile” esiste sul Lago Maggiore.

Poco più a nord di San Quirico al Monte, sorge infatti l'antico Eremo di Santa Caterina del Sasso, fondato, si racconta, come ex-voto dal mercante Antonio Besozzi, scampato ad una violenta tempesta mentre attraversava il lago.

Esattamente di fronte, sull'opposta sponda, fra le alture di Stresa, esiste un altrettanto antico oratorio, quello della Madonna di Passera, la cui leggenda di fondazione è identica a quella dell'eremo: di nuovo ne è protagonista un mercante, di vini questa volta, salvatosi miracolosamente anch'egli da un nubifragio mentre attraversava le acque del Lago Maggiore.

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Leggenda di fondazione (miracoloso salvataggio da naufragio) - Oratorio della Madonnadi Passera, Stresa

La coincidenza dei fatti non è passata inosservata. Più nascosto invece il legame tra i due luoghi e le rispettive dedicatarie. Da una parte vigila la santa alesandrina -forse mai esistita, forse confusa con l'eroica Ipazia- patrona dei giuristi, degli uomini di giustizia; dall'altra parte si venera la Presentazione della Vergine al Tempio. Tale è la denominazione esatta dell'oratorio. Ma la Madonna fanciulla presentata al Tempio ha anche un altro nome: Madonna della Salute.
La salute è integrità. L'integrità è giustizia. E una fascia sottile, la stessa che tenne sollevati i mercanti naufraghi dalle onde del Lago, è ancora tesa fra le due.

 


BIBLIOGRAFIA

Aa.Vv., Ranco, civiltà e storia del Lago Maggiore, Nicolini, Gavirate, 1991

Manni E., Massino Visconti e il Santuario di San Salvatore, Capelli, Varallo, 1975

Vincenzo De Vit, Il lago Maggiore, Stresa e le isole Borromee: notizie storiche, A.F. Alberghetti, Prato, 1875-1878

Lucia Sebastiani, Culto dei Santi, feste religiose e comunità della Lombardia post.tridentina, in Verbanus nr.VII, Alberti Libraio, Intra, 1986

Piero Orlandi e Gian Carlo Botti, Monasteri e conventi in Lombardia, Celip, 1988

Luciano Besozzi, De Besutio, Lulu.com, 2012

James Frazer, Il ramo d'oro. Studio della magia e della religione, 2 voll., Torino: Einaudi, 1950

Robert Graves, La Dea Bianca, Adelphi, Milano, 1992

Alfredo Cattabiani, Florario: miti, leggende e simboli di fiori e piante, Mondadori, Milano, 1992

Jean Chevalier e Alain Gheerbrant, Dizionario dei simboli, Bur-Rizzoli, Milano, 1999


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Nostradamus, Arbugio e il tesoro dei Templari

  • Pubblicato in Europa

Al fascino dei Templari sembra non sia sfuggito neppure Nostradamus. A loro e all'ubicazione di una parte del tesoro dell'Ordine sarebbe infatti dedicata una “quartina” delle misteriose Centurie composte dal visionario provenzale e precisamente la XIII della X centuria: “Sotto la pastura d’animali ruminanti, / Da essi condotti al ventre erbipolico, / Soldati (saranno) nascosti, e armi producendo fragore, /(Verranno) messi alla prova non lontano dalla città d’Antibes”.

Non lontano infatti da quel gioiello che è oggi Antibes, l'antica Antipoli, una colonia greca in piena Costa Azzurra (insieme a Massalia/Marsiglia e Nikaia/Nizza), in perenne battaglia con le popolazioni celto-liguri locali degli Oxibeni e dei Deceati, si erano installati proprio i Templari fin dal 1207.

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L'occasione era stata a fine marzo di quell'anno, la donazione da parte di Alfonso II, conte di Provenza, alla Milizia del Tempio, rappresentata dal maestro di Provenza William Candeil, di tutti i diritti sul maniero e i territori di Biot, l'antica Arbugio. Diciassette anni prima, l'ultima invasione musulmana della costa li aveva costretti alla ritirata da Nizza, dove erano insediati fin dal 1129 (si ritiene che la magione si trovasse da qualche parte nell'attuale quartiere di Saint Etiénne) verso Vence, dove il vescovo, Pietro II di Grimaldi, aveva consentito all'Ordine di riparare alla Bastide Saint-Laurent, dietro pagamento di un affitto annuale.

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Chiesa della magione a Grasse

Il successore di Alfonso II, Raimond Berenger, avrebbe poi continuato nell'opera di promozione della presenza templare in Provenza con ulteriori donazioni in terreni e case a Biot, Nizza, Grasse e Vence. A metà del XIII secolo Nizza era sotto il controllo di Grasse. Biot invece mantenne la sua indipendenza per molto tempo.

Nonostante le continue donazioni, però, quando l'Ordine viene soppresso il magro inventario dei beni di Biot sembra indicare che la magione versasse in povertà. Solo due cavalieri vengono fatti prigionieri e trasferiti ad Aix en Provence, dove subiscono gli interrogatori degli inquisitori e dove probabilmente trovano poi la morte.

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Eppure emerge da altri documenti che, solo qualche mese prima che fosse spiccata la condanna nei confronti della Milizia del Tempio, Biot risultava possedere quasi 1200 ettari di terreno nei dintorni, 23 cavalle e un buon numero di buoi e di puledri. Dove erano finite tutte quelle ricchezze? E sopratutto come avevano potuto finanziarne l'acquisto?

Già anni prima la magione era stata al centro di una complessa vicenda: il 26 dicembre 1296 alcuni abitanti di Antibes, attratti dalle loro ricchezze, avevano rubato diversi capi di bestiame di proprietà dei Templari di Biot. Affinché il maltolto fosse restituito, era intervenuto addirittura il priore di Nizza, Folco Berenger, che aveva ottenuto l'apertura di un'inchiesta formale da parte tribunale di Grasse.

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Contemporaneamente si erano sviluppati attriti anche tra Biot e Villeneuve. I cavalieri avevano infatti sorpreso alcuni uomini a raccogliere legna nei boschi di proprietà dell'Ordine e li avevano scacciati. Per rappresaglia i concittadini degli interdetti avevano rubato due buoi e un asino, poi fatti restituire dal giudice. Le ostilità non si erano comunque placate e nel giugno 1298 il balivo di Villeneuve era arrivato al punto di far imprigionare due cavalieri.

Questa volta, in attesa di giustizia per i confratelli in catene, erano stati i Templari a vendicarsi, impossessandosi con la forza di molti beni dei cittadini di Villeneuve. La condanna nei loro confronti era giunta immediata e inattesa dal tribunale di Grasse, ma i due fratelli non erano stati liberati.

Di nuovo, nel maggio 1300, gli abitanti di Villeneuve, istigati dal balivo, avevano razziato i beni del Tempio, impadronendosi di 23 giumente e 8 puledri.

Neppure il ricorso al siniscalco di Provenza Raimondo de Lecto aveva risolto la diatriba, cui avrebbero messo fine soltanto i Cavalieri di Malta, subentrati ai Templari nel 1320.

Ma intanto le ricchezze di Biot, forse comprate attingendo al leggendario Tesoro dei Templari, erano scomparse nel nulla.

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Oggi, i resti della presenza Templare a Biot sono pochi ma significativi. Una croce patente affiancata dal Tau greco fa ancora bella mostra di sé su una pietra inserita nel muro di un'abitazione che, probabilmente, è tutto ciò che rimane dell'antico oratorio di Sant'Antonio. Altri piccoli segni cruciformi esistono ancora sparsi nel paese.

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Il doppio arco che conduce a Place Des Arcades, porta ancora il nome di “Passaggio dei Templari”. La piazza, poi, sorge sui resti della magione. Sembra che parte degli attuali passaggi coperti che la cingono facessero parte dei locali o delle stalle dell'Ordine.

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In fondo alla piazza si apre il cortile che consente di accedere alla parrocchia dedicata a Santa Maria Maddalena, nume tutelare assai caro proprio ai Templari. Sul selciato sono ancora visibili due grandi croci dei Cavalieri Maltesi e la data 1564.

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La chiesa è uno di quei rarissimi edifici ai quali si accede scendendo la scalinata verso la navata, anziché salendo. Inizialmente intitolata alla Vergine e andata distrutta nel XIV secolo, fu completamente ricostruita conservando l'impianto originario della chiesa romanica, a sua volta innalzata sui resti di un tempio romano (la prima colonna a sinistra entrando proviene proprio dal sacrario latino) e di un precedente tempio celtico dedicato al dio Arbugio. Questa divinità potrebbe Giove o più probabilmente l'Efesto greco, anche in considerazione della particolare geologia di Biot, che è situato sul bordo di un antico camino vulcanico, il cui centro è localizzato a circa 2 km a nord-ovest dell'abitato.

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L'edificio ha una curiosa e insolita orientazione astronomica verso Sud-Est, direzione approssimativa del sorgere del sole all'alba del Solstizio Invernale. In tale momento, secondo gli antichi astrologi si apre infatti la “porta” detta “degli dei”, attraverso la quale le anime salgono ai cieli e le “influenze” superiori, gli angeli, scendono sulla terra.

Proprio agli angeli è dedicata tutta la prima cappella di sinistra detta appunto “degli angeli guardiani” o custodi. Uno di essi fa bella mostra di sé sull'altare, un altro in vesti rosse campeggia sul pennacchio d'angolo dell'arco.

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La scelta si rispecchia nel particolare assetto energetico impresso all'edificio, che ha perciò richiesto lo spostamento del fonte battesimale sulla destra entrando, anziché, come di solito si usa, a sinistra.

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Tre sono le rappresentazioni mariane: l'ancona della Vergine del Rosario accanto alla Cappella degli Angeli Guardiani; Notre Dame De Pitie, con il Cristo morto in grembo come la Pietà michelangiolesca, spesso invocata in Francia quale fautrice del prodigio del répit (la “resurrezione” temporanea dei bambini nati-morti o la momentanea venuta alla vita dei bambini mai nati, giusto il tempo necessario a ricevere il battesimo); la Vergine con il bambino in grembo nella Cappella del Rosario.

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Altrettante sono le figurazioni della Maddalena, cui erano molto legati i Templari: la ceramica che sormonta all'esterno il portone di ingresso, l'affresco della Maddalena e della Crocefissione sopra la porta laterale sinistra, il dipinto della Maddalena nella cappella omonima.

 

 

 


BIBLIOGRAFIA:

J.A. Durbec, Biot Beau Village De Provence, Association des Amis du Musée de Biot, 2009

J. A. Durbec, Templiers et Hospitaliers en Provence et dans les Alpes- Maritimes, Le Mercure dauphinois, 2001

E. G. Leonard, Introduction au cartulaire manuscrit du Temple (1150–1317) constitué par le marquis d’Albon.

Laurent Dailliez, I Templari in Provenza, Alpi Mediterraneo-Editions, Nizza, 1977

Damien Carraz, Cavalieri Templari nella Valle del Rodano Inferiore, Lione, 2005

Francesco Teruggi, Militum Christi, TriaSunt Associazione Culturale, 2014

 

 


 

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Ex - Chiesa della Maddalena: un antico ospitale a Cannobio

  • Pubblicato in Italia

A Cannobio, presso l'attuale piazza S. Ambrogio, sorgono ravvicinate due chiese. Quella settentrionale, intitolata allo stesso santo milanese, ha forma ottagonale con un corpo rettangolare allungato verso ovest. Quella meridionale, esacrata (sconsacrata) e dedicata a Santa Maria Maddalena, ha invece impianto a croce.

Sant'Ambrogio è probabilmente non solo la più antica delle due, ma dell'intero borgo. Durante i lavori di demolizione del coro che si trovava a levante, nel 1629, per allargare la piazza, emerse infatti la data del 925 impressa su una pietra estratta dal muro. L'edificio compare poi nel 1174 nella Carta Capitolare e negli Statuti Borghesi.

 

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La Chiesa della Maddalena, invece, sembra esistere con certezza soltanto dal 1340 circa quale ospitale della comunità. La struttura doveva essere piccola e angusta, con il coro rivolto a est. Pare che, poco più a meridione scorresse un tempo il torrente Cannobino, poi deviato dall'innalzarsi del terreno o dall'abbassarsi progressivo del greto, sul percorso attuale. Il letto del torrente doveva trovarsi pressapoco dove oggi si snoda via Amore. Scavi (?) sotto la vigna antica dei Cappuccini, poco a sud della chiesa, rivelarono infatti la presenza di ciottoli e ghiaione.

 

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Veduta di Cannobio da Viaggio pittorico ai tre Laghi Maggiore, di Lugano e Como, Milano, 1816-21,
disegnato da F. Lose e inciso da Carolina Lose (fonte: http://archiviodelverbanocusioossola.com)

 

Ciò contribuisce a chiarire la posizione strategica dell'ospitale che, probabilmente, si trovava nei pressi del guado sul Cannobino, lungo la strada principale. Qui, avrebbero dunque sostato i pellegrini e i viandanti in attesa di passare il torrente nei frequenti periodi di piena.

Nel 1488 la chiesetta-ospitale con le abitazioni attigue era gestita dai Minori Osservanti Francescani.

Poi, per volere di San Carlo Borromeo, nel 1575 l'ospitale viene spostato a Santa Giustina, un tempo degli Umiliati e la chiesa passa ai Cappuccini da poco insediatisi a Cannobio. Ingrandita e abbellita viene riconsacrata dallo stesso San Carlo nel 1582, come ricorda una lapide ancora esistente.

 

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L'interesse dei Cappuccini per Cannobio e l'attenzione di San Carlo per l'Ordine dei Cappuccini furono probabilmente dovuti anche al vicario generale dell'epoca, Evangelista Ferritina da Cannobio (1511-1595), teologo e “uomo fornito di prudenza, di singolare erudizione e di una insigne probità d'animo”, che aveva partecipato attivamente al Concilio di Trento nel 1562. Provinciale di Milano, eletto e riconfermato più volte Definitore Generale (1541 al 1593) e procuratore dell’Ordine presso la Santa Sede (1558 e 1561), l'aveva governato per diversi anni (1564-1567). Di certo per il Borromeofra' Ferratina era un buon “alleato” e i Cappuccini erano una presenza più discreta, ma altrettanto sicura, di un tribunale inquisitorio, sul confine con i territori svizzeri, notoriamente infestati di “eretici”.

 

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Nel 1627, giudicata non più confacente alle esigenze dei frati, “presso di essa” viene costruita una nuova chiesa, la struttura ancora oggi esistente, con il coro orientato a meridione. Non ci sono notizie che chiariscano se il nuovo edificio fu un ulteriore ampliamento di quello esistente, che ne sarebbe quindi diventato la parte corrispondente all'ingresso oppure il transetto, o se esso non fu tenuto in alcun conto.

Non è neppure possibile stabilire se l'insolita dedicazione della chiesa fosse a Santa Maria Maddalena fin dall'inizio o se l'intitolazione sia stata decisa dal Borromeo nel 1575.

A tal proposito, ben nota è la proverbiale attrazione del cardinale per le donne, che tuttavia disprezzava profondamente. La sua avversione raggiungeva l'apice nella feroce persecuzione alle streghe che, pur non coinvolgendo direttamente Cannobio, lo vide protagonista nella vicina Valle Mesolcina (Bellinzona), proprio lo stesso anno, il 1582, della riconsacrazione della chiesa della Maddalena.

 

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Carlo Borromeo brucia i libri eretici trovati in Mesolcina
(chiesa di San Rocco, Soazza) fonte: http://www.ilmoesano.ch

 

La sua azione, svoltasi tra Roveredo e Mesocco, atta a “purgare la valle dalle streghe la quale era quasi tutta infestata di questa peste con perdizione di molte anime [...]”, lo portò a individuare 12 “eretici” di cui 11 donne, streghe, condannate poi ad essere arse vive legate a testa in giù sul palo del rogo.

Altre “anime” femminili, invece, come scrisse di proprio pugno nella lettera inviata al Cardinale Paleotti nel 1583, “...si sono ricevute misericordiosamente a penitenza colla abiurazione”. Queste donne “redente” si può ragionevolmente pensare che, nella mente del Cardinale fossero identificabili con la “donna redenta” per eccellenza dei Vangeli, Maria Maddalena appunto.

 

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fonte:http://viaggiatoricheignorano.blogspot.it

 

Del resto, proprio in quegli anni il Borromeo aveva fondato a Milano il ricovero di S. Maria Maddalena, detto il Deposito, nella zona di Porta Orientale, proprio per le donne di malavita bisognose di redenzione.

Non bisogna poi dimenticare che Cannobio era, ancora nel Cinquecento, terra di confine. E precisamente il torrente Cannobino rappresentava una sorta di limite geografico del ducato milanese, territorio del Borromeo. La chiesa-ospitale si trovava dunque in posizione di “dogana” e il “Castissimo” forse si augurava che funzionasse come un luogo di “quarantena” per coloro – donne soprattutto – che, provenendo da nord, intendevano entrare nel “suo” territorio.

Se, dunque, la nuova dedicazione fu decisa dal Borromeo, l'intitolazione iniziale della chiesa potrebbe essere stata differente. A ciò potrebbe alludere il deteriorato affresco sulla facciata all'esterno della Chiesa della Maddalena, in cui un uomo prega al cospetto dell'immagine di una Madonna della Valle Cannobina, anziché invocando la Maddalena, rappresentata nell'affresco sovrastante, abbracciata in solitudine alla Croce.

 

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Tuttavia, anche la dedicazione della chiesa di S. Ambrogio, a pochi metri, ad oggi intitolata al santo e alla Madonna delle Grazie, potrebbe essere stata consacrata in origine solo alla Vergine, cui più tardi fu aggiunto il santo milanese. Un'indizio in tal senso potrebbe essere rappresentato dall'esistenza, nell'edificio, di un antico affresco della Madonna detta “della Rosa”.

Esistevano dunque due chiese dedicate entrambe alla Vergine a pochi metri di distanza una dall'altra? O potrebbe essersi trattato di uno scambio o di uno spostamento di dedicazioni?

 

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Intitolazioni identiche ripetute e attribuite a chiese adiacenti non sono del resto casi isolati. A Gozzano, la dedicazione primitiva della chiesa di San Lorenzo, primo luogo di sepoltura di S. Giuliano secondo la tradizione e prima parrocchia del paese, sembra essere stata a S. Maria, secondo le parole del Bascapé. Ma sulla sponda opposta del fiume a poche decine di metri di distanza, esiste anche una seconda chiesa con uguale intitolazione, Santa Maria del Boggio, struttura cinquecentesca che sarebbe stata innalzata su un edificio precedente, menzionato in carte del 1015 come Santa Maria de Bozio.

 

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Chiesa di S. Lorenzo - Gozzano (NO)

 

Certo, nel caso di Cannobio le coincidenze non mancano. E forse possono offrire un'inattesa spiegazione alla doppia intitolazione. L'immagine più antica, sulla piazza Sant'Ambrogio, è quella della Madonna della Rosa e tale fiore è da sempre rappresentazione della coppa in cui fu raccolto il sangue di Cristo, simbolo insomma di rinascita, di elevazione spirituale. Non a caso il “rosario” cristiano si richiama ad esso nel nome. In verità quel fiore è la Vergine stessa, “rosa mystica” e “flos virginitas”, fiore di verginità, come viene definita nelle Lodi Lauretane e nei formulari del XII secolo da cui queste furono tratte.

 

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Madonna delle Rose (Botticelli)

 

E se essa è il vaso e la rosa, colei che invece quel vaso lo porta e lo custodisce è da sempre Maria Maddalena. Come molteplice, poi, è la natura della rosa, fiore caro tanto alla streghe quanto alle fate, così duplice è la natura di chi “porta” ( o di chi "è porta" di) tale coppa: maschile (Giuseppe di Arimatea) e femminile (Maddalena).

Si potrebbe quasi dire che il Graal e il suo portatore siano stati, per caso o per volontà, “solidificati” nelle due chiese che si affacciano sulla piazza di Sant'Ambrogio a Cannobio...

 

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 Ringrazio per questa ricerca GIULIA AIROLDI, ispiratrice della ricerca e il cui contributo nel reperire le fonti storiche è stato fondamentale e FABIO CASALINI, la cui preziosa consulenza mi ha consentito di colmare le inevitabili lacune.

 

 


BIBLIOGRAFIA

 

Luigi Branca, Storia di Cannobio e dei Castelli di Cannero, 1893

Giovanni Francesco Del Sasso Carmine e Pietro Carmine, Informazione istorica del borgo di Cannobio delle famiglie di esso borgo, 1912

Teresio Valsesia, Cannobio e la Valle Cannobina, 1976

Fernando Vittorino Joannes, Vita e tempi di Carlo Borromeo, 1994

Pietro Sforza Pallavicino e Zaccaria, Istoria del Concilio di Trento, 1833

Fabio Casalini, Carlo Borromeo e le donne gettate nel fuoco a testa in giù!, viaggiatoricheignorano.blogspot.it, 2014

 

 


 

 

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MAGDALENA (parte III) - Le reliquie dei Sette di Betania

Concludiamo l'excursus nella leggenda dei Sette di Betania con la vicenda del ritrovamento delle reliquie a loro attribuite.

Sui luoghi dove la tradizione ricordava fossero sepolti Lazzaro, le due Marie con Sara, Marta, Magdalena, Massimino e Sidonio, sorsero con i secoli piccole chiese-mausoleo. Ma le scorrerie saracene nel Mediterraneo al grido «La ilaha illa lllah» (Dio è Dio), soprattutto da che gli islamici si erano acquartierati proprio in Provenza, a Frassineto, per razziare le coste francesi e liguri nel IX secolo, avevano costretto i popoli gallici della costa a nascondere i loro santi per proteggerli. Le scarse cronache ipotizzano che fossero state traslate in gran segreto in monasteri inaccessibili o che si trovassero nei forzieri di qualche signorotto locale. Ma erano solo voci e non fecero che alimentare leggende senza fondamento. Dei possibili resti santi, insomma, si finì per perdere, almeno apparentemente, ogni traccia.

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MAGDALENA (parte II) - Le vicende dei Sette di Betania

Con questo post continuiamo a seguire le peripezie della compagnia giudaica dopo lo sbarco in Provenza.

Giunte al termine della loro esistenza, Maria Jacobè per prima, secondo la tradizione e Maria Salomè poco tempo dopo, vengono sepolte in una tomba appositamente preparata per loro nella piccola chiesa di Ratis. La fama delle loro gesta e dei miracoli che continuano a produrre anche dopo la morte cresce rapidamente. A loro si aggiunge presto Sara, sepolta "in odor di santità" accanto alle due Marie. Già nel IV secolo, il povero oratorio viene sostituito con una chiesa più grande e maestosa, dedicata alla Vergine, cui viene affiancato un monastero delle Religiose di Arles.

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Anno di edizione: 2015

 

Deen Thaang - Il viaggiatore

DTcover449-3d
Editore: Giuliano Ladolfi
Collana: Agata
ISBN: 978-88-6644-142-7
Pagine: 256, 300 immagini a colori
Anno di edizione: 2014
 
 
Il Graal e La Dea
 
GraalDea3Dtransp
Editore: Giuliano Ladolfi
Collana: Malachite
ISBN: 978-88-6644-081-9
Pagine: 256, a colori
Anno di edizione: 2012

 

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NEWS DAL MONDO

  • La prima opera d'arte ha 500.000 anni
    Un'incisione ritrovata in Indonesia proverebbe che Homo erectus aveva capacità cognitive molto più complesse di quanto si è ritenuto finora. Una serie di linee incise a zig-zag su una conchiglia potrebbe rivoluzionare le nostre conoscenze su quelle che consideriamo le…
    Scritto Domenica, 28 Dicembre 2014 14:16 Letto 2288 volte
  • Scoperta divinità romana sconosciuta
    Un dio romano sconosciuto è stato recentemente portato alla luce in un santuario nel sud-est della Turchia. Il bassorilievo del I secolo a.C., di un enigmatico dio barbuto che emerge da un fiore o pianta, è stato scoperto presso il…
    Scritto Venerdì, 28 Novembre 2014 07:52 Letto 2245 volte
  • La tomba di un faraone egiziano sconosciuto
      Un team di ricercatori composto da archeologi della University of Pennsylvania e del Ministero Egiziano delle Antichità ha portato alla luce la tomba di un faraone non ancora conosciuto nei pressi della sacra città di Abydos, 300 miglia a…
    Scritto Martedì, 04 Febbraio 2014 17:12 Letto 2879 volte
  • Ritrovata la tomba di Imhotep
     la piramide a gradoni di Saqqara, in Egitto, dove si trova una vasta necropoli, situata a circa 30 km a sud della capitale Il Cairo. Piramide eretta come sepolura del faraone Gioser, della terza dinastia.Il Cairo - L' Egitto continua…
    Scritto Sabato, 29 Giugno 2013 17:09 Letto 3501 volte
  • Forse scoperta la più antica civiltà europea
    Un team di archeologi dell'Accademia Bulgara delle Scienze, ha trovato alcuni elementi di prova che potrebbero confermare il ritrovamento della più antica civiltà d'Europa. La scoperta è stata fatta in un sito nei pressi della città di Pazardzhik, nel sud…
    Scritto Domenica, 23 Dicembre 2012 16:40 Letto 3043 volte

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    Come ti concio Is Concias (e non solo) Crescono esponenzialmente gli atti di vandalismo ai danni dei siti archeologici sardi. I più recenti riguardano soprattutto la preziosa Tomba dei Giganti di Is Concias, nel cagliaritano. [View the story "Come ti concio Is Concias (e non solo)" on Storify]
    Scritto Mercoledì, 25 Settembre 2013 13:40 Letto 3090 volte
  • Stregoneria africana
    Stregoneria africana In Africa la stregoneria è attuale, più di quanto si creda, anche dove sono giunti il "progresso" e la "globalizzazione". Questa è una "carrellata" di servizi televisivi e inchieste sul fenomeno [View the story "Stregoneria moderna in Africa" on Storify]
    Scritto Lunedì, 19 Novembre 2012 13:39 Letto 3683 volte
  • La soglia: varcare la porta stretta
    La soglia: varcare la porta stretta Varcare una soglia è un gesto prezioso. Tutte le culture e tradizioni, antiche e nuove del pianeta si sono soffermate su questo aspetto. Ecco una breve galleria fotografica di soglie da tutto il globo. [View the story "La soglia: varcare la porta stretta" on Storify]
    Scritto Mercoledì, 17 Ottobre 2012 13:38 Letto 2873 volte
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    SATOR - il quadrato magico Quanti quadrati magici "Sator Arepo Tenet Opera Rotas" sono stati scoperti? Di quali e quanti tipi? Da dove vengono? Che significato avevano? [View the story "SATOR" on Storify]
    Scritto Martedì, 16 Ottobre 2012 13:34 Letto 3436 volte

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bernardoTu troverai più nei boschi che nei libri. Alberi e rocce ti insegneranno cose che nessun maestro ti dirà. Pensi forse che non potresti succhiare miele da una pietra né olio dalla roccia più dura? Non lasciano le montagne gocciolare giù dolcezza? Non sgorgano dai colli latte e miele? Sono talmente tante le cose che potrei raccontarti. Riesco a stento a trattenermi.

- San Bernardo di Chiaravalle, epistola 106 -

 

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