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 Nel profondo del deserto etiopico, ben nascosta tra i torridi altipiani a nord di Addis Abeba, sorge ancora quella che, per un breve periodo, fu la capitale del potente regno axumita. La sua storia leggendaria comincia con la prodigiosa nascita del suo futuro edificatore, segnata dall’improvvisa comparsa di uno sciame di api che si posarono sulle sue membra. Fu cosรฌ battezzato Lalibela, โ€œle api riconoscono la sovranitร โ€.

 Non appena giunta l’etร , fu senza indugio eletto re, ma il fratellastro ci mise poco a spodestarlo. Costretto a fuggire dalla terra natรฌa nel 1160, Lalibela riparรฒ dunque a Gerusalemme, dove rimase per ben 25 anni, prima di tornare in patria e sedere di nuovo sul trono etiope. Quando nel 1187 Saladino prese la Cittร  Santa, rendendola inaccessibile ai pellegrini, Lalibela, ispirato da sogni e visioni, diede inizio all’ambizioso progetto di trasformare la capitale del regno, Roha, in una nuova Gerusalemme.

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Scalpellini e operai assoldati perfino in Egitto e in Siria (a quanto si racconta), spostando e scavando almeno centomila metri cubi di pietra, riuscirono a realizzare il sogno del re in 24 anni.

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Leggenda vuole che durante il giorno il lavoro fosse portato avanti dagli operai, mentre di notte erano addirittura gli angeli a proseguirlo.

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L’enorme complesso, suddiviso in tre distinte aree e che prese il nome dal re, Lalibela, comprendeva ben 11 chiese monolitiche, interamente scolpite nel tufo dell’acrocoro etiopico, dotate di cripte sotterranee e di un ingegnoso sistema idrico.

A questo stesso periodo risale il simbolo stesso di Lalibela, la sua croce di bronzo e oro del peso di 7 kg, uno degli oggetti religiosi piรน venerati del paese, ancora custodita in una delle chiese, Bet Medhane Alem.

foto 1wbOgni cittร , regione e paese etiope ha la sua tipica croce, sempre molto elaborata e particolare, ma quella di Lalibela รจ forse la piรน antica, insieme a quella axumita (la cui somiglianza con la croce ansata dei templari ha scatenato fantasie di ogni genere). Nessuno sa veramente quale possa essere il significato delle sue intricate decorazioni.

Certo รจ che, come tutte le croci etiopi, anche quella di Lalibela viene mostrata pubblicamente solo se adornata con una โ€œsciarpaโ€ infilata attentamente polarizzata nei due โ€œocchielliโ€ inferiori, quasi fosse lo sbaffo bipartito di un’antenna.

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La presenza al centro del Cristo crocifisso e di sei avvolgimenti per lato, lungo la parte alta del perimetro tondeggiante, piรน uno coronato da una piccola croce al centro, vengono per lo piรน interpretati come โ€œGesรน e gli apostoliโ€.

Tradizione vuole anche che, come per la maggioranza delle croci etiopi, le due spire terminanti a becco che si dipartono dal pennone centrale, siano le mani di Adamo che reggono il patibolo.

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Non รจ del resto sfuggita neppure la somiglianza della croce di Lalibela con l’Ankh degli antichi egizi, fatto che in veritร  non stupisce se si considera che il cristianesimo copto รจ di chiara matrice egiziana. La forma che condividono รจ quella โ€œa gocciaโ€, la medesima condivisa da molte, moltissime civiltร  e che richiama anche quella uterina. A riprova, al Gesรน morente al centro della croce di Lalibela, viene a volte sostituita l’effige della Vergine con Bambino.

LalibelaMaryam

Quanto alle โ€œmani di Adamoโ€, il perno centrale (che ha anche lo scopo pratico di alloggiare la punta del bastone su cui viene issata la croce) ricorda vagamente nella forma i lingam vedici, un vero e proprio โ€œasseโ€ tra i mondi; le due linee sinuose simili a colli di cigno, paiono invece snodarsi come serpi intorno all’asse centrale. L’insieme cosรฌ richiama molto da vicino il caduceo ellenico.

La tripartizione รจ poi un elemento che viene ripetuto in ogni particolare dell’oggetto. Perfino i cosiddetti โ€œapostoliโ€ disposti quasi fossero una corona, sono un insieme di due linee curve convergenti sormontate da un piccolo cerchio al quale si ricongiungono.

C’รจ poi un ulteriore dettaglio che non puรฒ passare inosservato: la presenza, dei โ€œcinque chiodi della croceโ€, che nella lingua liturgica etiope, il Ge’ez, hanno un nome preciso: Sador, Alador, Danat, Rodas, Kenat.

Questi cinque โ€œnomi sacriโ€ fanno comunemente parte della mequteria, l’insieme di preghiere che il fedele copto dovrebbe recitare ogni giorno, aiutandosi con un cordoncino di perline simile al rosario cristiano.

mequteria

La sua origine si perde nelle spire del tempo. Di certo, l’uso dei cinque nomi come invocazione รจ giร  ripetutamente presente in uno degli antichi libri religiosi etiopi, il Lefafa Sedek, conosciuto anche come โ€œLibro Etiope dei Mortiโ€, per le sue somiglianze con l’omologo egizio, dal quale in certa misura deriverebbe.

E ancora, la somiglianza dei cinque nomi con il famoso quadrato magico โ€œSatorArepoTenetOperaRotasโ€ รจ sbalorditiva, al punto che alcuni studiosi sono giunti a ritenere i โ€œcinque nomiโ€ un’errata trascrizione copta proprio del popolare palindromo.

Spesso la formula รจ riportata nei โ€œmagic scrollsโ€, piccoli rotoli di pelle su cui sono vergate preghiere ed invocazioni. Capita anche di trovare i cinque nomi graffiti sui muri delle chiese. Quello all’interno della chiesa rupestre di St. Neakuto, poco distante da Lalibela, dipinto in rosso in un angolo poco visibile รจ addirittura inserito in reticolo quadrato.

 

La formula piรน nota รจ

แˆฃ แ‹ฒ แˆญ SADOR (da sadara: ordine, mettere in ordine, arrangiare)

แŠ  แˆ‹ แ‹ฒ แˆญ ALADOR (da adar: vegliare, o anche vigilare la terra, per estensione โ€œcontadinoโ€)

แ‹ณ แŠ“ แ‰ต DANAT (da danet: salvezza)

แˆฎ แ‹ณ แˆต RODAS (dalla radice rd / frd: giudizio)

แ‰„ แŠ“ แ‰ต QENAT (da qnat: ardore/zelo)

รˆ evidente una certa somiglianza tra l’etimologia dei โ€œcinque nomiโ€ e i significati attribuiti al โ€œSatorโ€.

 

Scavi archeologici hanno poi restituito una variante meno usata:

แˆณ แ‹ถ แˆญ SADOR

แŠ  แˆ‹ แ‹ถ แˆญ ALADOR

แ‹ณ แŠ“ แ‰ต DANAT

แŠ  แ‹ฐ แˆซ ADERA

แˆฎ แ‹ณ แˆต RODAS

 

La funzione salvifica, di guarigione, di queste cinque parole รจ ben nota tanto tra i copti etiopi quanto nella vecchia Europa. Gerolamo Cardano, nel XVI secolo, ad esempio, cita nel โ€œDe Rerum Varietateโ€ (il trattato in cui compare la descrizione del giunto meccanico che porta il suo nome) l’episodio di una guarigione dalla pazzia di cui sarebbe stato protagonista un cittadino lionese, sanato con un pasto mistico di tre croste di pane decorate con una quadrato e la recita di cinque โ€œpaternosterโ€ in ricordo delle โ€œcinque piagheโ€ e dei โ€œcinque chiodiโ€ della Croce di Cristo.

E ancora, un โ€œsatorโ€ scoperto nel 1850 nel Glamorganshire pare fosse usato come rimedio per guarire dal morso di cani malati di rabbia.

Se tuttavia la tradizione vuole che i nomi siano quelli delle โ€œpiagheโ€ e dei โ€œchiodiโ€, l’iconografia etiope sembrerebbe suggerire che questi โ€œattributiโ€ non siano propri solo di Cristo, ma anche di altri personaggi โ€œsacriโ€, come la Madonna, San Giovanni o addirittura la โ€œTrinitร โ€.

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In conclusione, se la Croce di Lalibela con la sua corona di frequenze pure, i campi vitali concentrici e la linea di forza tripartita a piรน livelli, sembra restituire l’immagine dell’uomo-Cristo, perfetto, integrato in tutte le sue strutture, quale โ€œtermineโ€, unica via a cui tendere, i โ€œcinque chiodiโ€ potrebbero rappresentare i โ€œsegniโ€ visibili e tangibili dell’uomo spiritualizzato, salvifico per sรฉ e per molti.

 

CamuniLal foto 3modwp pranu


BIBLIOGRAFIA:

Rino Camilleri, Il quadrato Magico, 1999

Graham Hancock, Il Mistero del Sacro Graal, 1995

Paolo Siniscalco, Le antiche chiese orientali, 2005

E. A. Wallis Budge, Lefafa Sedek: the Bandlet of Righteousness or an Ethiopian Book of The Dead, 1929

Marie Trevelyan, Folklore and folk stories of Wales, 1909

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