Chi ci dice che davvero sui cosiddetti โscivoliโ ci si andasse a scivolare? Qualcuno, da schegge di selce, punte di frecce e attrezzi per lo piรน โliticiโ, rinvenuti ai piedi o nelle vicinanze di uno โscivoloโ, ha dedotto giustamente che l’uomo li frequenta da sempre. Il luogo e la posizione in cui di solito si trovano incute rispetto e suggerisce immancabilmente un qualche uso religioso. Infine le tradizioni, vecchie per altro solo di una manciata di generazioni, secondo cui le donne si sfregavano su un certo sasso sperando di restare incinte, ha fatto il resto. E se invece lo scivolamento non fosse altro che la conseguenza piรน โmodernaโ di un uso antico che non sappiamo piรน riconoscere?

La varietร e quantitร di credenze legate alla roccia in effetti ci racconta qualcosa di diverso, restituendoci l’immagine lontana di una sacralitร non banale. Sulle pietre ci si distendeva, ci si strusciava, bisognava toccarle oppure appoggiarci una certa parte del corpo, le mani, la schiena, ci si costruiva sopra e le si inglobava negli edifici sacri, si facevano a pezzetti per portarle a casa come souvenir.
Tutti questi usi perรฒ, sono accomunati da un fatto ben preciso: la necessitร del contatto con la pietra. Non รจ guardandola o aspettando a distanza, che qualcosa puรฒ succedere, รจ solo toccandola, appoggiandosi, mettendo in relazione il corpo con la roccia: devono diventare una stessa cosa affinchรฉ โqualcosaโ si sprigioni.

Quanto agli abusati e pretestuosi โriti di fertilitร โ che vi si svolgevano… ci sono culture e tradizioni di matrice antichissima che sono vive ancora oggi alle quali rivolgerci per comprendere…
Dovremmo ricominciare a capire che che le scene โeroticheโ in bella vista sui muri di molti templi indรน, non hanno nulla di sensuale. Anzi, non sono neanche quel poco che i nostri occhi pensano di vedere. Non di uomini e di donne si tratta, bensรฌ di divinitร , Shiva e Shakti, i quali altro non sono che le forze polarizzate della natura, attrattiva e repulsiva, ascendente e discendente, compressiva ed espansiva. Le cosiddette โposizioniโ non sono, altrettanto, un atto โsessualeโ ma la rappresentazione su un piano meramente umano del muoversi, dipanarsi e avvicendarsi ritmico e armonico di queste forze e di tutte le loro possibili interazioni dinamiche. Sono immagini dell’esistente che si crea e si mantiene. Non rappresentano movenze fisiche ma moti spirituali, flussi di energia di cui il legame fisico tra uomo e donna non รจ che un pallido riflesso.

Come le immagini di โerotismoโ sacro, cosรฌ ogni altra forma banalmente ricondotta a non ben definiti โrituale di fertilitร โ era dunque un โrito di vitaโ, un rituale di esistenza, un insieme di gesti attraverso i quali la vita viene invocata, adorata, mantenuta, migliorata, chiamata a manifestarsi. La cura, l’effetto taumaturgico รจ perciรฒ ben altro da una semplice cura, รจ la vita che torna a scorrere dove non scorreva piรน, che scivola meglio dove prima c’erano intoppi.

La terra, che sostenta l’uomo e ogni altra creatura, culla e ventre che partorisce l’esistenza รจ l’ente unico a cui rivolgersi. Le sue manifestazioni visibili, in cui la vitalitร adatta all’uomo puรฒ esprimersi, sono certe pietre, alcune sorgenti, macchie d’alberi, grotte in cui il cielo puรฒ specchiarsi, scendere, intessendo quel rapporto con la sua โsposaโ che, appunto, รจ causa e motore della vita. L’abbiamo sempre saputo. Perfino i santuari โmoderniโ li abbiamo costruiti sulla roccia, definendoli โfonti di vitaโ. Sono i santuari stessi ad essere sorgenti di vitalitร o le pietre su cui sorgono?

I ricordi piรน vividi si sono probabilmente conservati soprattutto nelle valli, specie quelle meno frequentate e negli alpeggi, dove la modernitร portata dal cristianesimo tardรฒ maggiormente a insediarsi. Sarebbe troppo facile sostenere che esisteva una vera e propria religione primitiva ancora praticata quando l’Inquisizione cominciรฒ a interessarsi alle cosiddette streghe. Ma รจ indubbio che la tradizione popolare e i racconti estorti alle presunte malefiche sono intrisi proprio di ricordi di quell’antica gnosi che aveva prodotto millenni prima i massi coppellati e gli โscivoliโ. Con le persecuzione alle streghe, probabilmente, scomparvero dal sapere popolare gli ultimi scintillii di quel rapporto filiale con la natura.

Forse non erano piรน conoscenza delle leggi e dei meccanismi e le loro pratiche erano basate sulla perfetta ripetizione โshamanicaโ di precisi gesti, formule, movimenti tramandati da un lontano passato. Di certo, perรฒ le streghe erano temutissime. Miti, leggende e racconti di paese sono un continuo avvertimento a non sfidarne il grande potere. La strega, partecipando al sabbah, era la custode dei segreti della vitalitร di tutte le cose (โfertilitร โ) e per questo poteva compiere anche l’opposto: togliere, rimuovere la vita, risucchiarla via. Del resto per fare il male bisogna seguire le stesse regole del bene. Alla fama sinistra di queste donne contribuirono senz’altro anche la fervida fantasia degli inquisitori, subdoli interessi politici e religiosi, i fanatismi e il carattere grottesco e violento dei racconti estorti sotto minaccia e sotto tortura.

Si potrebbe perรฒ azzardare che quelle storie popolate di mostri, di pratiche truculente e formule incomprensibili, funzionassero anche come una sorta di linguaggio simbolico. Unte e a cavalcioni della scopa le streghe si radunavano per danze e feste sfrenate di cui si narravano i dettagli piรน terribili, ma per lo piรน erano donne del paese, abitanti della porta accanto, assolutamente presenti nella vita sociale. La paura delle loro ritorsioni poteva dunque essere piรน una forma di rispetto per le loro โqualitร โ, piuttosto che vero terrore? E le pozioni, gli unguenti, i preparati, i voli e le cavalcate nella notte, le danze orgiastiche non potrebbero essere state, allo stesso modo, il mezzo linguistico, simbolico in cui nascondere efficacemente le conoscenze ancestrali sopravvissute al tempo?

Nulla รจ mai veramente nascosto o rivelato solo a qualche โilluminatoโ. Ma la veritร , a volte, poichรฉ le trascende, non puรฒ essere espressa con categorie umane e richiede una preparazione e una responsabilitร da coltivare nel tempo, per essere afferrata. Cosรฌ, facendo ognuno la proprio parte nel cosmo, la stria e il suo sposo, uniti nella follia sabbatica, rappresentavano e richiamavano la danza stessa della creazione. La strega, sotto di sรฉ, ha la pietra, la terra stessa di cui รจ espressione, come un arco convesso verso l’alto, verso il suo corrispondente complementare. Lo stregone, porta su di sรฉ il segno stesso del cielo suo nume, un arco opposto, convesso verso il basso, la sua compagna. La โscopaโ infine รจ l’asse, il percorso, il legame, la direzione, l’unione.

Non sono forse gli stessi simboli che giร l’uomo rappresentava nelle grotte e nelle balme al tempo degli scivoli e dei massi coppellati?
Certo, era sempre la strega a raggiungere il suo sposo. E solo se prima si era messa a contatto della pietra o โcroceโ. La terra รจ la strada per salire al cielo. La scopa โspazzaโ la terra, simbolicamente il mezzo che ne risveglia la vitalitร , rappresenta efficacemente questa tensione che parte dal basso.

Perciรฒ giร nella terra, nella roccia stava quello stesso โdemoneโ con cui le masche volavano a danzare. Ma l’unico che era uscito da una roccia per portare la vita eterna era stato il Gesรน cristiano. Quel demone con il cielo sulla testa, l’antico Cernunno dai mille nomi doveva essere di sicuro un usurpatore… era il diavolo sotto mentite spoglie!

Qualcuno, giร nel ‘500 aveva giร sollevati dubbi circa la realtร diabolica del fenomeno stregonico. Un eroico frate osservante minore monferrino, Samuele De Cassinis (Questio lamiarum, 1505), al tempo rinomato filosofo, si era spinto a sostenere che la “perfetta costruzione del mondo delle stregheโ era un’invenzione โalla cui realizzazione massimamente contribuirono inquisitori e teologi domenicani“. Le streghe infatti, secondo lui, non potevano essere dotate di certi poteri in quanto era inconcepibile che dio permettesse il dispiegarsi di fenomeni prodigiosi per scopi non benefici.
In diatribe teologiche di tale portata si era trovato anche il filosofo umanista mantovano Peretto Mantovano (Pietro Pomponazzi) che, giร tacciato di eresia per le sue posizioni sulla possibilitร di una dimostrazione razionale dell’anima, sosteneva l’origine allucinogena, causata da sostanze, delle millantate attivitร stregonesche e non l’intervento del diavolo, non dotato di simili capacitร (De naturalium effectuum causis sive de incantationibus, 1556).

Eppure, ne erano cosรฌ certi gli inquisitori novaresi che a inizio ‘600, a Baceno, trascinavano le streghe appena catturate nella chiesa di San Gaudenzio e le spintonavano fino a farle crollare davanti โPeccato originaleโ del Bugnate, sotto lo sguardo terribile del mostro dell’apocalisse, ai piedi della croce della Redenzione. Era l’unica occasione offerta alle streghe per confessare spontaneamente, prima di essere tradotte in prigione e morire di stenti o finire sotto tortura.
Osservavano Eva e Adamo, dalle nuditร scalpellate che erano cosรฌ diventate vesti. La prima donna, con sguardo ipnotico porge il โfrutto proibitoโ all’uomo, ritratto mentre si tira indietro, in un gesto di stizza, di rifiuto, ma non di paura, di disinteresse. Il serpente avvinghiato all’albero intanto si accosta alla donna come per sussurrarle qualcosa all’orecchio. Ma il serpente ha solo il corpo del rettile. La testa รจ la testa stessa, non soltanto il viso, di Eva!

Quale altro volto poteva avere il โmaleโ se non proprio quello della donna, per un inquisitore? Il diavolo ha le fattezze di una donna, รจ la donna stessa. O almeno questa era le veritร che i persecutori volevano far vedere e toccare con mano alle streghe.
Le adepte del โdiavoloโ rimanevano impassibili, in silenzio, tranquille, quasi confortate da quella visione. Con la coda dell’occhio spiavano la nuova veste di Eva, grande e sformata fino a coprire la mano destra e ciรฒ che essa portava in grembo. Forse era un cesta piena di mele rosse e bianche, come quella che sta porgendo ad Adamo.

Non era una donna, era la Terra stessa il cui grembo era gravido di doni. Un’altra occhiata fugace svelava loro che anche gli occhi della serpe erano stati accuratamente rimossi, nonostante Eva neppure li degnasse.
Sono gli occhi chiusi di chi pensa di poter comandare la terra, ma cosรฌ facendo, pur costringendola ad elargire i suoi frutti, si vedrร rifiutato il cielo, gli occhi di chi, condannandola con le parole e semplicemente opponendo un rifiuto, ha giร perso.
BIBLIOGRAFIA
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Carlo Ginzburg, Storia notturna. Una decifrazione del sabba, Einaudi, 1989
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Dinora Corsi, Diaboliche, maledette e disperate: le donne nei processi per stregoneria (sec XIV-XVI), Firenze, 2013
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