Qualche tempo prima dell’alba di un venerdรฌ mattina dell’Ottobre 1492, il marinaio Rodrigo de Tiana, scrutando l’orizzonte dalla Santa Maria, avvistava per la prima volta una piccola isola del Nuovo Continente. Gli indigeni pacifici che l’abitavano la chiamavano โGuanahaniโ, ma il suo capitano, Cristoforo Colombo, l’avrebbe subito ribattezzata San Salvador. Cominciava cosรฌ, toccando terra a Bahamas, la scoperta, o meglio la riscoperta, dell’America.
Un anno piรน tardi, scegliendo una rotta diversa e piรน meridionale, Cristoforo Colombo sarebbe invece approdato a Guadalupe, scoprendo l’esistenza delle Antille. L’11 Novembre del 1493 la flotta spagnola avvistรฒ per la prima volta Waladli, Wa’omoni e Ocamanru (oggi rispettivamente โAntiguaโ, dal nome della cappella delle Vergine Miracolosa che si trova nella Cattedrale di Siviglia; Barbuda e Redonda). Ma l’esploratore genovese passรฒ oltre senza sbarcare. Non seppe mai che gli stessi indigeni che continuava ad incontrare sulle diverse isole caraibiche, tutti discendenti di quella medesima popolazione che, partendo dal Sud America, aveva colonizzato nei millenni precedenti le Antille, ad Antigua, erano stati vicini a creare una vera e propria civiltร .
Nei resoconti dell’epoca vengono chiamati โArawakโ, dal nome della loro lingua e sono descritti come selvaggi piuttosto arrendevoli, con il corpo tatuato. Si cibavano di pesce, crostacei, frutta e soprattutto cassava (manioca); vivevano in capanne e si spostavano su semplici canoe. Solo nel XIX-XX secolo comincerร ad emergere, grazie agli studiosi e archeologi caraibici, la ricchezza nascosta di queste culture poco note.

Le piรน antiche tracce umane datate con sicurezza nelle Antille risalgono al II millennio a.C. quando, si ritiene, si verificรฒ la prima migrazione di tribรน sud-americane dalle coste dell’odierno Venezuela fino a Cuba. Queste popolazioni presero il nome di Siboney (โgente della pietraโ) o Saladoidi/Troumassoidi. Un gruppo viveva certamente sull’isola di Antigua nel 1775 a.C. lungo la spiaggia di Jolly Beach. Tracce di una successiva migrazione risalente al 35 a.C. Sono state identificate a Mamora Bay, dove si stanziรฒ un gruppo appartenente ai Tainos di lingua Arawak. Gruppi dello stesso ambito etnico raggiunsero nuovamente Antigua nel 900 d.C. Infine, un differente gruppo, che gli storici indicano con il nome di โCaribโ, raggiunse le Antille nel 1200 d.C. entrando in conflitto con i Tainos. Forse, dietro i diversi gruppi in migrazione, si nasconde semplicemente lo spostarsi dello stesso nucleo di tribรน avanti e indietro per le Antille nei millenni.
Della spiritualitร di questi popoli, come del resto di tutti gli aspetti della loro cultura, ben poco ci rimane: resti di bivacchi e villaggi, frammenti di ceramica, spianate bordate di pietre dove presumibilmente si praticava il โbateyโ, un โgioco ritualeโ con la palla simile al sacro โulamaโ dei Maya, qualche graffito e un controverso sito tra le alture di Antigua, che mostra tutte le caratteristiche di un antico complesso megalitico. La loro religione era di tipo animistico, basata sul culto delle forze della natura, che i Tainos raffiguravano come idoli zoomorfi, antropomorfi e geomorfi, modellati con la terracotta oppure cesellando gusci di conchiglie. Al centro della loro vita spirituale c’erano in particolare tre divinitร : Atabeyra, la luna, dea della fertilitร ; Yocahu, il โportatore della cassavaโ; Opiyel Wa’obiran, guardiano delle anime e della morte. Secondo lo studioso Fred Olsen, l’essenza di queste e delle altre divinitร risiedeva appunto negli Zemi, nome che significa non a caso โpotere magicoโ.

Indigeni superstiziosi e primitivi dunque? Secondo me proprio no. Proviamo a capirci qualcosa, usando anche un pizzico di conoscenza radioestesica. Intanto, studiando la โtrinitร โ divina su cui si basa l’intera cultura dei Tainos, si puรฒ scoprire di trovarsi di fronte non a una triade qualsiasi, ma alla fedele rappresentazione trinitaria dei principi che creano l’Universo. Non รจ questa una particolare conoscenza propria solo delle tribรน delle Antille, ma un sapere diffuso e comune a tutte le civiltร evolute del globo.
Atabeyra, o Atabey, come si puรฒ comprendere dalle sue raffigurazioni, รจ l’eterna e grande Dea, la Madre โTerraโ, il ventre da cui ogni cosa proviene e insieme il contenitore, la forma di tutto ciรฒ che esiste. ร insomma il femminino sacro, l’acqua primordiale, il vaso โuterinoโ che riceve e che tras-forma, che forma attraverso di sรฉ. Nelle cronache Taino โAtabeyra รจ lo spirito del serpente cosmicoโ.

Opiyel Wa’obiran, appartentemente banalizzato in โfiglio della tenebraโ, dio della morte e dell’aldilร , guardiano delle anime, รจ il principio opposto e complementare ad Atabeyra. E’ il maschile sacro, ciรฒ a cui tutto ritorna, la direzione verso cui viaggia inesorabile la vita (la morte).

Infine Yocahu รจ il terzo principio, l’unificatore, l’equilibrio che impedisce alle altre forze di collassare vicendevolmente. Si dice che sia la rappresentazione del micro-universo dei Taino, un’isola, oppure una tartaruga mitica. Tutto giusto, tutto sbagliato. Puรฒ raffigurare un’isola, certo, ma la rappresenta con tutto ciรฒ che la circonda: l’acqua che sta sotto e il cielo che sta al di sopra, cosรฌ che il โcono vulcanicoโ รจ a sua volta il punto di equilibrio, ciรฒ che separa l’acqua dal cielo e senza cui la vita non sarebbe possibile. Allo stesso modo puรฒ raffigurare la tartaruga, con quella testa mascolina che indica la direzione e quella forma vagamente uterina al posto della coda: parti visibili del corpo molle della tartaruga che, grazie ad esse tiene il carapace separato dal piastrone.
Yocahu, dunque, รจ per i Tainos ciรฒ che il Tao รจ per i cinesi e gli orientali: l’espressione del tutto e di quella terza forza che il tutto rende possibile.

Dal movimento (vibrazione) generato dall’incontro di questi tre principi discende l’Universo. Tutto, ogni piรน minuta cosa, infatti, รจ il risultato mutevole degli infiniti rapporti che questi principi stabiliscono al loro interno ad ogni livello, strato e dimensione dell’esistenza. I Tainos lo sapevano bene. A questi consolidamenti variabili dei tre principi, a queste โforzeโ (vibrazioni/movimenti) hanno dedicato i loro culti e i loro riti, dando a ciascuna un nome e caratteristiche ben precise, che poi condensavano negli โidoliโ chiamati Zemi.
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